martedì 31 dicembre 2013

Auguri per il nuovo anno

"Vi desidero a tutte un anno felice; dir voglio senza offese di Dio, carico di vittorie, pieno di carità, di umilianti volontarie azioni, di mitezza; in una parola di un anno che le virtù contenga di molti, dal Signore benedetti e coronati."  dall'Istruzione 38,4 di madre Elisabetta Vendramini alle sue sorelle

Con le parole di Madre Elisabetta desideriamo augurarvi un nuovo anno che sia felice, in cammino dove il Signore desidererà guidarci, in ascolto operoso della sua Parola e di quanto anche il nostro papa Francesco ci sta dicendo "correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo. L’autentica fede nel Figlio di Dio fatto carne è inseparabile dal dono di sé, dall’appartenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazione con la carne degli altri. Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza." (n.87 Evangelii Gaudium)

Buon 2014!!!




lunedì 16 dicembre 2013

Elisabettine verso il Sud Sudan!


La testimonianza delle nostre sorelle che stanno per aprire una nuova comunità a Talì in Sud Sudan: sr Vittoria Faliva, sr Anastacia Maina e sr Chiara Ahlam Latif.

Buon cammino! Vi ricordiamo sorelle!

sabato 7 dicembre 2013

Maria Immacolata


"La Trinità santissima si compiace nell'ammirare Maria figlia, madre e sposa, ripiena di grazia e illuminata dagli attributi divini e, come un terso mare riflette splendidamente il cielo stellato, così Maria rispecchia nelle sue eroiche virtù i magnifici doni ricevuti" Elisabetta Vendramini

giovedì 5 dicembre 2013

Caritas Baby Hospital - un attimo di pace....



Ecco qui la testimonianza di sr Donatella, suora francescana elisabettina che vive, lavora e condivide le sorti, insieme alle altre sorelle della comunità, dei popoli che abitano la terra natale di Gesù.

"Quando sono arrivata al Caritas Baby Hospital non avevo nessuna esperienza con i bambini. Ne avevo tanta con gli adulti. Anni di lavoro in Ospedale con loro mi hanno reso esperta e sapevo come “muovermi” senza sentirmi a disagio. Ma arrivata qui a Betlemme mi sono sentita persa, mi sono trovata e dover ri-vedere e ri-disegnare una modalità di approccio che mi era estranea.
Il bambino ha un mondo tutto suo che noi adulti facciamo fatica a capire, pur essendo stati bambini anche noi, ma con il passare degli anni ci si dimentica e si costruiscono delle sovrastrutture mentali che offuscano anche gli occhi del cuore.
Ho avuto bisogno di parecchio tempo prima di riuscire a sintonizzarmi nella lunghezza d’onda dei piccoli, nel cercare di guardare il mondo, la vita dal loro orizzonte, secondo i loro occhi, il battito del loro cuore, ed e’ stata ed e’ un’esperienza meravigliosa.
Avere a che fare con un bambino significa SCENDERE, noi adulti invece lottiamo per salire!
Scendere fino al suo livello, fino ad incrociare i suoi occhietti. A volte si e’ costretti ad “accucciarsi”, (non trovo un termine più adatto per dire il movimento che un bambino ci costringe a fare) per poter essere faccia a faccia con lui, o addirittura strisciare per terra per incontrarlo. E quando si riesce ad incontrare un piccolo, non si scende solo fisicamente ma si arriva a perdere le categorie artefatte dell’adultità (le sovrastrutture) per guardare il mondo da una prospettiva diversa, più vera, più naturale, più umana, meno ingarbugliata dei nostri ragionamenti senza fine, piu’ autentica ed aperta ad un’accoglienza che non fa differenze, che non calcola, piu’ leale e spontanea, piu’ gioiosa, dove tutto e’ scoperta positiva. Scendere per incontrare un bambino allora non e’ perdere ma imparare una lezione di vita che solo loro, i piccoli possono insegnarci. E la fragilità di un bambino diventa fortezza perchè mi fa vedere la mia fragilita’, quanto io, uomo/donna adulto sono lontano dalla mia chiamata iniziale, quella dell’essere, pensato da Dio nell’atto della creazione “e vide che era cosa molto buona” e così le parti si invertono, i ruoli si scambiano; loro i piccoli che consideriamo fragili, vulnerabili diventano invece i nostri accusatori ma anche i nostri modelli “se non diventerete come bambini non avete accesso al Regno dei cieli”.
Lavorando poi qui al Caritas Baby Hospital oltre a scendere ho capito che un bambino, specie se malato, mi costringe a non rimanere nella superficie ma andare in profondità per trovare una risposta, qualora ci sia davvero, alle mille domande che lavorando in un ospedale pediatrico ci si pone con l’aggiunta di altre dettate dalla situazione di Betlemme. Scendere fino al nucleo all’essenza della propria esistenza.
Come dicevo ho lavorato con adulti ma il bambino ti scaraventa giù con violenza verso un apparente abisso che non ha nessun appiglio per fermare la caduta. Perché la malattia di un bambino? Perché il dolore innocente? Perché la morte, quella dovuta alla patologia infausta e/o quella dovuta ad una lastra di cemento che non ha permesso al bambino di andare in un ospedale chirurgico?
Non e’ facile trovare una risposta, ammesso che ci sia e proprio questa difficoltà ti costringe a rivedere il tuo concetto di vita e di morte, di dolore e di sofferenza, di male e di bene, di paura di quella fragilità che ci accompagna fin dalla nascita ma che, con il passare del tempo rivestiamo di solidità, di potenza, di fortezza, di coraggio! E se guardo a come un bambino guarda a queste realtà, o vive queste dimensioni per noi adulti apparentemente in perdita, ancora una volta mi e’ maestro, ancora una volta mi da’ lezioni di vita che non si trovano scritte in nessun libro.
Ancora una volta la fragilità/potenza dei piccoli diventa opportunità di guardare all’esistenza e ai suoi “accidenti” con occhi di chi affronta queste situazioni come parte integrante della creazione che “è cosa molto buona”, come realtà che fanno parte di un gioco, di un gioco che però nonostante tutto porta a vincere. 
È questo il messaggio che ricevo ogni giorno dai “miei” piccoli che poi è lo stesso messaggio del bambino Gesù che ha fatto della sua fragilità nella Grotta di Betlemme una forza d’amore dalla croce nel Calvario."

Suor Donatella Lessio
Caritas Baby Hospital - Betlemme


domenica 1 dicembre 2013

Buon cammino verso Betlemme!



L'omelia di papa Francesco ai giovani universitari di Roma durante il tradizionale incontro per l'inizio dell'Avvento mi sembra un buon punto di inizio per questo cammino che ci avvicina al Natale: camminare nella fede, coerenti al Vangelo, ognuno nella propria specificità....come un poliedro!


"L’auspicio che san Paolo rivolge ai cristiani di Tessalonica, affinché Dio li santifichi fino alla perfezione, dimostra da una parte la sua preoccupazione per la loro santità di vita messa in pericolo, e dall’altra una grande fiducia nell’intervento del Signore. Questa preoccupazione dell’Apostolo è valida anche per noi, cristiani di oggi. La pienezza della vita cristiana che Dio compie negli uomini, infatti, è sempre insidiata dalla tentazione di cedere allo spirito mondano. Per questo Dio ci dona il suo aiuto mediante il quale possiamo perseverare e preservare i doni che lo Spirito Santo ci ha dato, la vita nuova nello Spirito che Egli ci dà. Custodendo questa “linfa” salutare della nostra vita, tutto il nostro essere, spirito, anima e corpo, si conserva irreprensibile e integerrimo. Ma perché Dio, dopo che ci ha elargito i suoi tesori spirituali, deve intervenire ancora per mantenerli integri? Questa è una domanda che dobbiamo farci. Perché noi siamo deboli, - noi tutti lo sappiamo - la nostra natura umana è fragile e i doni di Dio sono conservati in noi come in “vasi di creta” (cfr2 Cor 4,7).
L’intervento di Dio in favore della nostra perseveranza fino alla fine, fino all’incontro definitivo con Gesù, è espressione della sua fedeltà. E’ come un dialogo fra la nostra debolezza e la sua fedeltà. Lui è forte nella sua fedeltà. E Paolo dirà, in un’altra parte, che lui – lui, lo stesso Paolo - è forte nella sua debolezza. Perché? Perché è in dialogo con quella fedeltà di Dio. E questa fedeltà di Dio mai delude. Egli è fedele anzitutto a se stesso. Pertanto, l’opera che ha iniziato in ciascuno di noi, con la sua chiamata, la condurrà a compimento. Questo ci dà sicurezza e grande fiducia: una fiducia che poggia su Dio e richiede la nostra collaborazione attiva e coraggiosa, davanti alle sfide del momento presente. Voi sapete, cari giovani universitari, che non si può vivere senza guardare le sfide, senza rispondere alle sfide. Colui che non guarda le sfide, che non risponde alle sfide, non vive. La vostra volontà e le vostre capacità, unite alla potenza dello Spirito Santo che abita in ciascuno di voi dal giorno del Battesimo, vi consentono di essere non spettatori, ma protagonisti degli accadimenti contemporanei. Per favore, non guardare la vita dal balcone! Mischiatevi lì, dove ci sono le sfide, che vi chiedono aiuto per portare avanti la vita, lo sviluppo, la lotta per la dignità delle persone, la lotta contro la povertà, la lotta per i valori, e tante lotte che troviamo ogni giorno.
Sono diverse le sfide che voi giovani universitari siete chiamati ad affrontare con fortezza interiore e audacia evangelica. Fortezza e audacia. Il contesto socio-culturale nel quale siete inseriti a volte è appesantito dalla mediocrità e dalla noia. Non bisogna rassegnarsi alla monotonia del vivere quotidiano, ma coltivare progetti di ampio respiro, andare oltre l’ordinario: non lasciatevi rubare l’entusiasmo giovanile! Sarebbe uno sbaglio anche lasciarsi imprigionare dal pensiero debole e dal pensiero uniforme, quello che omologa, come pure da una globalizzazione intesa come omologazione. Per superare questi rischi, il modello da seguire non è la sfera. Il modello da seguire nella vera globalizzazione - che è buona – non è la sfera, in cui è livellata ogni sporgenza e scompare ogni differenza; il modello è invece il poliedro, che include una molteplicità di elementi e rispetta l’unità nella varietà. Nel difendere l’unità, difendiamo anche la diversità. Al contrario quella unità non sarebbe umana.
Il pensiero, infatti, è fecondo quando è espressione di una mente aperta, che discerne, sempre illuminata dalla verità, dal bene e dalla bellezza. Se non vi lascerete condizionare dall’opinione dominante, ma rimarrete fedeli ai principi etici e religiosi cristiani, troverete il coraggio di andare anche contro-corrente. Nel mondo globalizzato, potrete contribuire a salvare peculiarità e caratteristiche proprie, cercando però di non abbassare il livello etico. Infatti, la pluralità di pensiero e di individualità riflette la multiforme sapienza di Dio quando si accosta alla verità con onestà e rigore intellettuale, quando si accosta alla bontà, quando si accosta alla bellezza, così che ognuno può essere un dono a beneficio di tutti.
L’impegno di camminare nella fede e di comportarvi in maniera coerente col Vangelo vi accompagni in questo tempo di Avvento, per vivere in modo autentico la commemorazione del Natale del Signore. Vi può essere di aiuto la bella testimonianza del beato Pier Giorgio Frassati, il quale diceva – universitario come voi - diceva:  «Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la verità, non è vivere ma vivacchiare. Noi non dobbiamo mai vivacchiare, ma vivere» (Lettera a I. Bonini, 27.II.1925).
Grazie, e buon cammino verso Betlemme!"

Basilica Vaticana - I Domenica di Avvento - Sabato, 30 novembre 2013

venerdì 29 novembre 2013

Avvento...attesa...



Dio,
tu hai scelto di farti attendere
tutto il tempo di un Avvento.
Io non amo attendere.
Non amo attendere nelle file.
Non amo attendere il mio turno.
Non amo attendere il treno.
Non amo attendere prima di giudicare.
Non amo attendere il momento opportuno.
Non amo attendere un giorno ancora.
Non amo attendere perché non ho tempo
E non vivo che nell’istante.

D’altronde tu lo sai bene,
tutto è fatto per evitarmi l’attesa:
gli abbonamenti ai mezzi di trasporto
e i self-service,
le vendite a credito
e i distributori automatici,
le foto a sviluppo istantaneo,
i telex e i terminali dei computer,
la televisione e i radiogiornali…
non ho bisogno di attendere le notizie:
sono loro a precedermi.

Ma tu Dio
hai scelto di farti attendere
il tempo di tutto un Avvento.
perché tu hai fatto dell’attesa
lo spazio della conversione,
il faccia a faccia con ciò che è nascosto,
l’usura che non si usura.
L’attesa, soltanto l’attesa,
l’attesa dell’attesa,
l’intimità con l’attesa che è in noi
perché solo l’attesa
desta l’attenzione
e solo l’attenzione
è capace di amare.
Tu sei già dato nell’attesa,
e per te, Dio,
attendere,
si coniuga come pregare.

(Jean Debruynne)

domenica 17 novembre 2013

Preghiera a Santa Elisabetta d'Ungheria


Elisabetta, coraggiosa dispensatrice di bene,
aiutaci a camminare, come Francesco e
Chiara, nella via evangelica della carità. Tu
che hai saputo donarti al prossimo, dacci di
saper dispensar con ardore serafico il pane
della Parola di vita, il pane della concordia,
della pace, della misericordia, dell’ospitalità,
del perdono. O nostra patrona, proteggi
sempre l’Ordine Francescano Secolare, la
Gioventù Francescana, l’Araldinato; accompagnaci
nel percorso quotidiano della vita
perché impariamo con audacia a saper dare
ragione della speranza che è in noi. Sii vicina
ai fratelli che soffrono o che sono abbandonati
alle loro miserie e non permettere mai
che anche noi ci dimentichiamo di loro, ma
partendo dal tuo mirabile esempio sappiamo
riconoscere che in ogni fratello c’è Cristo, il
Signore e nostro Salvatore. Amen!

venerdì 15 novembre 2013

Santa Elisabetta d'Ungheria



O Dio, che a sant'Elisabetta,
hai dato la grazia di riconoscere e onorare Cristo nei poveri,
concedi anche noi, per sua intercessione, di servire con instancabile carità 
coloro che si trovano nella sofferenza e nel bisogno.
Per Cristo nostro Signore.

Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei parlarvi di una delle donne del Medioevo che ha suscitato maggiore ammirazione; si tratta di santa Elisabetta d’Ungheria, chiamata anche Elisabetta di Turingia. Nacque nel 1207....
Dopo un lungo viaggio giunsero ad Eisenach, per salire poi alla fortezza di Wartburg, il massiccio castello sopra la città. Qui si celebrò il fidanzamento tra Ludovico ed Elisabetta. .....
Nella sua profonda sensibilità Elisabetta vedeva le contraddizioni tra la fede professata e la pratica cristiana. Non sopportava i compromessi. Una volta, entrando in chiesa nella festa dell’Assunzione, si tolse la corona, la depose dinanzi alla croce e rimase prostrata al suolo con il viso coperto. Quando la suocera la rimproverò per quel gesto, ella rispose: “Come posso io, creatura miserabile, continuare ad indossare una corona di dignità terrena, quando vedo il mio Re Gesù Cristo coronato di spine?”......Un vero esempio per tutti coloro che ricoprono ruoli di guida: l’esercizio dell’autorità, ad ogni livello, dev’essere vissuto come servizio alla giustizia e alla carità, nella costante ricerca del bene comune.

Elisabetta praticava assiduamente le opere di misericordia: dava da bere e da mangiare a chi bussava alla sua porta, procurava vestiti, pagava i debiti, si prendeva cura degli infermi e seppelliva i morti. Scendendo dal suo castello, si recava spesso con le sue ancelle nelle case dei poveri, portando pane, carne, farina e altri alimenti. Consegnava i cibi personalmente e controllava con attenzione gli abiti e i giacigli dei poveri. ....
In questo contesto si colloca il miracolo del pane trasformato in rose: mentre Elisabetta andava per la strada con il suo grembiule pieno di pane per i poveri, incontrò il marito che le chiese cosa stesse portando. Lei aprì il grembiule e, invece del pane, comparvero magnifiche rose. Questo simbolo di carità è presente molte volte nelle raffigurazioni di santa Elisabetta.

Il suo fu un matrimonio profondamente felice: Elisabetta aiutava il coniuge ad elevare le sue qualità umane a livello soprannaturale, ed egli, in cambio, proteggeva la moglie nella sua generosità verso i poveri e nelle sue pratiche religiose. Sempre più ammirato per la grande fede della sposa, Ludovico, riferendosi alla sua attenzione verso i poveri, le disse: “Cara Elisabetta, è Cristo che hai lavato, cibato e di cui ti sei presa cura”. Una chiara testimonianza di come la fede e l’amore verso Dio e verso il prossimo rafforzino la vita familiare e rendano ancora più profonda l’unione matrimoniale.

La giovane coppia trovò appoggio spirituale nei Frati Minori, che, dal 1222, si diffusero in Turingia. Tra di essi Elisabetta scelse frate Ruggero (Rüdiger) come direttore spirituale. Quando egli le raccontò la vicenda della conversione del giovane e ricco mercante Francesco d’Assisi, Elisabetta si entusiasmò ulteriormente nel suo cammino di vita cristiana. Da quel momento, fu ancora più decisa nel seguire Cristo povero e crocifisso, presente nei poveri. ..... 
...... il suo direttore spirituale Corrado. Fu lui a riferire al Papa Gregorio IX il seguente fatto: “Il venerdì santo del 1228, poste le mani sull’altare nella cappella della sua città Eisenach, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni frati e familiari, Elisabetta rinunziò alla propria volontà e a tutte le vanità del mondo. Ella voleva rinunziare anche a tutti i possedimenti, ma io la dissuasi per amore dei poveri. Poco dopo costruì un ospedale, raccolse malati e invalidi e servì alla propria mensa i più miserabili e i più derelitti. Avendola io rimproverata su queste cose, Elisabetta rispose che dai poveri riceveva una speciale grazia ed umiltà” (Epistula magistri Conradi, 14-17).
Possiamo scorgere in quest’affermazione una certa esperienza mistica simile a quella vissuta da san Francesco: il Poverello di Assisi dichiarò, infatti, nel suo testamento, che, servendo i lebbrosi, quello che prima gli era amaro fu tramutato in dolcezza dell’anima e del corpo (Testamentum, 1-3). Elisabetta trascorse gli ultimi tre anni nell’ospedale da lei fondato, servendo i malati, vegliando con i moribondi. Cercava sempre di svolgere i servizi più umili e lavori ripugnanti. Ella divenne quella che potremmo chiamare una donna consacrata in mezzo al mondo (soror in saeculo) e formò, con altre sue amiche, vestite in abiti grigi, una comunità religiosa. Non a caso è patrona del Terzo Ordine Regolare di San Francesco e dell’Ordine Francescano Secolare......
 Nella notte del 17 novembre si addormentò dolcemente nel Signore. Le testimonianze sulla sua santità furono tante e tali che, solo quattro anni più tardi, il Papa Gregorio IX la proclamò Santa e, nello stesso anno, fu consacrata la bella chiesa costruita in suo onore a Marburgo.

Cari fratelli e sorelle, nella figura di santa Elisabetta vediamo come la fede, l'amicizia con Cristo creino il senso della giustizia, dell'uguaglianza di tutti, dei diritti degli altri e creino l'amore, la carità. E da questa carità nasce anche la speranza, la certezza che siamo amati da Cristo e che l'amore di Cristo ci aspetta e così ci rende capaci di imitare Cristo e di vedere Cristo negli altri. Santa Elisabetta ci invita a riscoprire Cristo, ad amarLo, ad avere la fede e così trovare la vera giustizia e l'amore, come pure la gioia che un giorno saremo immersi nell'amore divino, nella gioia dell'eternità con Dio.

Dall'udienza generale di mercoledì 20 ottobre 2010 di Papa Benedetto XVI su Santa Elisabetta d'Ungheria 


sabato 9 novembre 2013

10 novembre 1828...inizia la Famiglia Elisabettina!


Questo 10 novembre non è tanto freddo come quello del 1828, ma le parole di Madre Elisabetta ci raccontano bene come l'asprezza dell'inverno, la mancanza di ogni cosa e l'insicurezza umana sono nulla di fronte all'Amore che si fa Provvidenza di Dio, e che può scaldare il cuore: amore appassionato per l'umanità intera anche grazie alla francescana famiglia da Lui voluta.

Nel 1859, ormai al tramonto della sua vita, è Elisabetta a raccontarci del nascere - umile ma vigoroso, povero ma custodito da Dio - della Famiglia elisabettina.
Ricordando quell'evento la Fondatrice eleva un inno di lode a Dio «autore di tale impresa» e di «gratitudine alla sempre ammirabile sua provvidenza in mille modi sperimentata». E scrive:

"Nel 1828 fui posta con una compagna, dopo mille vicende, in una splendida reggia della santa povertà, priva persino del letto, aspettandolo da Dio, autore di tale impresa.
Risplendette lo stesso giorno la sua provvidenza, e mi fu dato un pagliericcio e una coperta di lana, perché ben cominciava il freddo.
Le stanche mie membra, sbattute da alcuni mesi dalla terzana, trovarono in questo duro letto quel riposo che in un morbido letto non avevo trovato fino a quel punto.
Le notturne stelle, che dalla bucata soffitta vedere si facevano, non potevano essere che amabili se il sonno, straniero da molto agli occhi miei, tolta non mi avesse si cara contemplazione."

"Il freddo era in quell'anno dei distinti, ne vi era di che scaldarsi. Il cibo ci era mandato dal Superiore, alla francescana. La carità di questo lo portò alle piazze per provvederci un po’ di legna; ma il Signore voleva di sua mano inviarcela con un prodigio e fu che nella piazza vi era una persona che, avvicinatasi al nostro Rev.do Padre, gli consegnò una carta che conteneva 17 lire venete (prezzo che ci voleva per la legna contrattata) dicendo che dar le volesse a chi ne abbisognava. Giunsero queste al nostro vero palazzo, ed oh! con qual contento abbiamo inteso la cura che Dio si prendeva di noi! Motivo ci fu questo di fondamentale speranza in tutte le nostre necessità; né ci ingannarono queste come udirete nel progresso di questa storia."

lunedì 4 novembre 2013

23 anni fa la beatificazione di Madre Elisabetta!

 
“Chi rimane in me, e io in lui, fa molto frutto” (Gv 15, 5).

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II, Domenica, 4 novembre 1990

1. Il maestro buono parla in parabole. Oggi la liturgia ci ricorda la parabola della vera vite e dei tralci. Dal testo evangelico di Giovanni notiamo che è stata narrata da Cristo nel cenacolo, dopo l’istituzione dell’Eucaristia, quand’egli stava per andare al Padre attraverso la Pasqua della sua morte e risurrezione.

Da quel momento le parole di Cristo: “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15, 14) hanno acquistato un’importanza particolare, esse significano anche rimanete in me mediante l’Eucaristia, rimanete in me mediante il mistero del sacrificio redentore. “Chi rimane in me, e io in lui, fa molto frutto”.

È il frutto della santità

2. È il frutto del regno di Dio. È il frutto della santità. Nel corso di tante generazioni i santi hanno confermato pienamente la verità e la potenza di queste parole. Infatti essi hanno portato frutti abbondanti, perché sono rimasti in Cristo, vera vite.

Oggi al numero di coloro, di cui la Chiesa gioisce per la santità della loro vita, aggiungiamo i nomi delle serve di Dio: Marthe Aimée Le Bouteiller, Louise-Thérèse de Montaignac de Chauvance, Maria Schininà, Elisabetta Vendramini.

D’ora in poi la Chiesa potrà venerarle come beate, con grande consolazione delle comunità dalle quali esse provengono.

Unione profonda con Gesù e amore verso i poveri

6. Anche la figura della beata Elisabetta Vendramini si inserisce nella dinamica spirituale che ha come fulcro centrale l’“unione” profonda con Gesù e l’amore verso i poveri, i quali sono i protagonisti di tante pagine del Vangelo. Le parole del Signore: “Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare” (Mc 8, 2) segnarono profondamente il cuore della beata Elisabetta sin dalla sua prima giovinezza, quando avvertì forte l’ispirazione di consacrarsi totalmente al Cristo e al servizio dei poveri. Abbandonò senza esitare gli agi della vita familiare e sociale per dedicarsi alle ragazze abbandonate e ai bisognosi dei quartieri più emarginati.

In questa sua opera Elisabetta traeva ispirazione e forza dall’Alto e dal suo forte spirito di orazione. Religiosa di raffinata sensibilità contemplativa, la beata si perdeva nella meditazione del Mistero della Santissima Trinità, cogliendone il dinamismo dell’incarnazione del Verbo, per arrivare, quindi, alla lode e all’ammirazione del Cristo povero e crocifisso, che riconosceva e serviva, poi, nei poveri tanto amati.

Dal cielo oggi Elisabetta esorta tutti coloro che vogliono efficacemente aiutare i fratelli nell’anima e nel corpo a trarre forza dalla fede in Dio e dalla imitazione di Cristo. Ella in questo si dimostrò un fecondo germoglio della spiritualità francescana. Di san Francesco ella imitò soprattutto la vita povera, la fede sicura e semplice, e l’amore a Cristo crocifisso.

La beata Vendramini ci insegna ancora che dove è più forte e sicura la fede, là sarà più audace lo slancio della carità verso il prossimo. Dove è più percepito il senso di Cristo, là sarà più preciso e fattivo il senso delle necessità dei fratelli.

Oggi la Chiesa gioisce

7. “Tu amerai” (Dt 6, 5). Abbiamo guardato le figure delle nuove Beate. Ciascuna di esse ha incarnato nella vita questo primo e più grande comandamento del Vangelo: l’amore di Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza (Mc 12, 30) e l’amore effettivo verso l’uomo-prossimo. L’amore che - particolarmente in queste beate - ha i tratti femminili, materni, così come viene messo in rilievo dalla prima lettera ai Tessalonicesi. Proprio con la potenza di tale amore sono rimaste in Cristo e Cristo in esse. Ed hanno portato molto frutto.

Oggi la Chiesa gioisce perché con questo frutto la beata Marta, la beata Teresa, la beata Maria e la beata Elisabetta hanno glorificato il Padre celeste. È la gloria della comunione dei santi. La gloria vivificante per la Chiesa sulla terra.

Queste religiose ci parlano dell’amore di Cristo, dell’amore che unisce la vite e i tralci. E perciò insieme a lui gridano: “Rimanete nell’amore” (Gv 15, 10). Amen!

giovedì 31 ottobre 2013

La comunione tra le persone sante...cos'è?

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!     

Oggi vorrei parlare di una realtà molto bella della nostra fede, cioè della “comunione dei santi”. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che con questa espressione si intendono due realtà: la comunione alle cose sante e la comunione tra le persone sante (n. 948). Mi soffermo sul secondo significato: si tratta di una verità tra le più consolanti della nostra fede, poiché ci ricorda che non siamo soli ma esiste una comunione di vita tra tutti coloro che appartengono a Cristo. Una comunione che nasce dalla fede; infatti, il termine “santi” si riferisce a coloro che credono nel Signore Gesù e sono incorporati a Lui nella Chiesa mediante il Battesimo. Per questo i primi cristiani erano chiamati anche “i santi” (cfr At 9,13.32.41; Rm 8,27; 1 Cor 6,1).

1. Il Vangelo di Giovanni attesta che, prima della sua Passione, Gesù pregò il Padre per la comunione tra i discepoli, con queste parole: «Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (17,21). La Chiesa, nella sua verità più profonda, è comunione con Dio, familiarità con Dio, comunione di amore con Cristo e con il Padre nello Spirito Santo, che si prolunga in una comunione fraterna. Questa relazione tra Gesù e il Padre è la “matrice” del legame tra noi cristiani: se siamo intimamente inseriti in questa “matrice”, in questa fornace ardente di amore, allora possiamo diventare veramente un cuore solo e un’anima sola tra di noi, perché l’amore di Dio brucia i nostri egoismi, i nostri pregiudizi, le nostre divisioni interiori ed esterne. L’amore di Dio brucia anche i nostri peccati.

2. Se c’è questo radicamento nella sorgente dell’Amore, che è Dio, allora si verifica anche il movimento reciproco: dai fratelli a Dio; l’esperienza della comunione fraterna mi conduce alla comunione con Dio. Essere uniti fra noi ci conduce ad essere uniti con Dio, ci conduce a questo legame con Dio che è nostro Padre. Questo è il secondo aspetto della comunione dei santi che vorrei sottolineare: la nostra fede ha bisogno del sostegno degli altri, specialmente nei momenti difficili. Se noi siamo uniti la fede diventa forte. Quanto è bello sostenerci gli uni gli altri nell’avventura meravigliosa della fede! Dico questo perché la tendenza a chiudersi nel privato ha influenzato anche l’ambito religioso, così che molte volte si fa fatica a chiedere l’aiuto spirituale di quanti condividono con noi l’esperienza cristiana. Chi di noi tutti non ha sperimentato insicurezze, smarrimenti e perfino dubbi nel cammino della fede? Tutti abbiamo sperimentato questo, anch’io: fa parte del cammino della fede, fa parte della nostra vita. Tutto ciò non deve stupirci, perché siamo esseri umani, segnati da fragilità e limiti; tutti siamo fragili, tutti abbiamo limiti. Tuttavia, in questi momenti difficoltosi è necessario confidare nell’aiuto di Dio, mediante la preghiera filiale, e, al tempo stesso, è importante trovare il coraggio e l’umiltà di aprirsi agli altri, per chiedere aiuto, per chiedere di darci una mano. Quante volte abbiamo fatto questo e poi siamo riusciti a venirne fuori dal problema e trovare Dio un’altra volta! In questa comunione – comunione vuol dire comune-unione – siamo una grande famiglia, dove tutti i componenti si aiutano e si sostengono fra loro.

Udienza Generale di Papa Francesco, 30 ottobre 2013

venerdì 25 ottobre 2013

Tu bussi alla porta...


Tu arrivi su questa terra
e fai appello, Gesù, alla nostra libertà.
Non sfondi le porte
della nostra esistenza,
non abbatti le barriere
che noi abbiamo innalzato
con i nostri sospetti ed i pregiudizi
nei tuoi confronti.
Tu bussi alla nostra porta
e attendi una risposta.

Accetti addirittura
di essere rifiutato, osteggiato,
cacciato, allontanato.
Per un motivo semplice:
tu ti sei fatto uomo per offrire
ad ogni uomo e ad ogni donna
un amore smisurato.
E l’amore non si impone,
non forza la risposta,
ma si presenta in tutta la sua
disarmante fragilità.

E tuttavia a quelli
che ti aprono la porta del cuore,
che ti accolgono nella loro casa,
che ti fanno posto nella loro esistenza
tu regali un'esperienza unica:
diventare i figli di Dio.
Non per diritto,
in base alla legge del sangue,
ma per grazia,
generati da un amore
che rimane per sempre
e del tutto immeritato.

Roberto Laurita

venerdì 18 ottobre 2013

Resto con te!


TESTIMONIANZE DEL CAMPO DI VOLONTARIATO “RESTO CON TE”

"Se desideri veramente una cosa allora sarai anche in grado di realizzarla": è con questa frase che un ospite delle cucine ha iniziato la sua conversazione con me, il secondo giorno di servizio alle Cucine Economiche Popolari di Padova. E in effetti è vero: sono riuscita a buttarmi in un esperienza così forte solo nel momento in cui mi sono accorta del desiderio che avevo dentro me di incontrare la povertà e ho deciso di seguirlo, di investire un po' di tempo ed energie su di esso. E quando ci si butta assieme agli altri, nel nome di Gesù, anche le imprese più difficili diventano possibili.
La nostra giornata di servizio iniziava con un momento di preghiera guidato dagli atteggiamenti della figura evangelica del Buon Samaritano; poi noi volontarie raggiungevamo le Cucine, nei pressi della stazione ferroviaria, felici e leggere a bordo delle nostre bici. Le prime ore della mattina le passavamo tagliando le verdure per la preparazione del pranzo, oppure all'entrata delle Cucine per accogliere e fare compagnia agli ospiti. Alle 11.30 ci mettavamo dietro gli sportelli della distribuzione dei pasti per dare un vassoio ricco di cose buone mandate dalla Provvidenza. Oltre agli sportelli c'era bisogno di aiuto nella sala da pranzo, dove distribuivamo dolcetti, pane, e talvolta un bicchiere di una bibita fresca. Per 5 giorni abbiamo camminato accanto alle più svariate povertà metropolitane: il senza-tetto, l'immigrato, il tossicodipendente, l'alcolista, l'anziano abbandonato a se stesso, la badante rimasta senza lavoro. Ci avvicinavamo con molta delicatezza, a "piedi scalzi" per non infierire sulle ferite già cosi profonde, ma anche con una buona dose di prudenza. Sempre col sorriso e il cuore aperto per accogliere la loro presenza "impegnativa", che spesso ci ha ricordato quanto siamo impotenti, ma anche quel troppo a cui ci siamo ormai abituati.
Alle cucine il povero può riposarsi, ripulirsi e mangiare un pasto caldo. Ma soprattutto, incontrare altre persone, facce amiche che gli tendono una mano, e altri poveri che come lui portano il peso della vita di strada. Le cucine sono un po' un crocevia dove le solitudini e le tristezze del singolo diventano dolore collettivo. Per un breve tempo però: la vita di strada non permette di affezionarsi o di dare confidenze. Come treni arriva il momento in cui si deve lasciare la stazione e ritornare a percorrere la propria direzione, su un binario spesso desolato. 
E allora resta l'interrogativo, l'inquietudine che bussa alla porta del cuore su cosa fare per questi fratelli, che camminano alle periferie delle nostre comunità, che non siamo capaci di incontrare e che spesso cerchiamo di evitare. Il primo passo è forse quello di metterci veramente in ascolto di Gesù per riuscire a diventare dei Buoni Samaritani; e di farlo insieme, come gruppo unito di persone che camminano verso la stessa meta. (Elisabetta)

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In questa settimana di fraternità e volontariato, sulla scia della parabola del Buon Samaritano e la guida di alcuni “fratelli maggiori” - San Francesco d’Assisi, Sant’Antonio di Padova e la Beata Elisabetta Vendramini - ho vissuto una magnifica esperienza all’insegna della condivisione e dell’amore fraterno. Quando sono partita per intraprendere questo viaggio, non nascondo di aver avuto un po’ di timore, dovuto al fatto che non sapevo chi avrebbe condiviso con me questa esperienza e cosa avrei provato nell’affrontare questa nuova sfida con me stessa. Ora, tornata a casa, sento di poter dire di sentirmi molto più ricca, umanamente e spiritualmente: i ragazzi, i frati e le suore che hanno camminato al mio fianco in questi giorni, mi hanno fatto capire quanto sia bello e costruttivo affrontare insieme le proprie paure e le proprie emozioni, e cosa significhi sentirsi accolti e amati per quello che si è, nella semplicità del vissuto quotidiano.
La convivenza insieme a persone così speciali è stata per me il segno dell’immenso amore di Dio, che si concretizza ogni giorno nel volto di chi si fa prossimo. A mia volta, sono stata chiamata ad essere “prossimo”, ad accogliere e prendermi cura di coloro che hanno più bisogno. Il servizio di volontariato all’Opera della Provvidenza di Sant’Antonio, che ha scandito le nostre giornate, è stato l’occasione perfetta per mettere in pratica i valori cristiani della compassione e dell’amore gratuito nei confronti dei fratelli, assaporando così la vita in ogni istante, con la consapevolezza di avere accanto a me la presenza del Signore sempre, nei momenti belli come in quelli più difficili. (Eleonora)

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Questa intensa settimana d’agosto 2013 non è stata per me, come per molti tra i miei fortunati compagni di cammino, la prima esperienza di volontariato presso le strutture dell’OPSA, eppure in un certo senso è come se si trattasse sempre di una prima volta, tanto vasto e complesso è il mondo che, sconosciuto ai più, si trova al di là di quei noti cancelli e mura e di Sarmeola.
È proprio il caso di dire che non si finisce mai di imparare e di scoprire novità inaspettate quanto abbaglianti nella loro umanità, specialmente quest’anno che sono stato assegnato a un reparto decisamente diverso da quello cui ero stato abituato. Un piano forse meno naturalmente disposto, nel suo complesso, ad esternare quei lampi di gioia spontanea e semplicità disarmante di altre realtà di quel vicinato; un piano, per prendere in prestito una felice definizione di un’operatrice, più “nonno” (e non solo per mere questioni di media anagrafica) ma non per questo meno ricco di umanità, tanto nelle difficoltà e nell’aiuto di cui i suoi ospiti hanno bisogno, quanto nella pienezza della vita che riescono a trasmettere a noi volontari, che di fatto lì, come in ogni altro dove dell’Opera, finiscono per ricevere molto più di quanto donano. (Gabriele)



giovedì 17 ottobre 2013

Mi stai a cuore!



Mi chiamo Elisa, sono una ragazza di 17 anni e quest'anno mi sono buttata in un'esperienza nuova di volontariato, presso l'Opera della Provvidenza Sant'Antonio. È stata una bellissima esperienza, che mi ha permesso di crescere e migliorare. Gli ospiti di questa struttura sono delle persone meravigliose, che ti amano e ti insegnano ad amare gli altri. Mi hanno donato molto: la loro compagnia, esperienze di vita, disegni da loro stessi colorati ma soprattutto abbracci e sorrisi. La cosa che più mi ha colpito delle mie ragazze (le ospiti del mio reparto), però, sono stati gli sguardi, capaci di trasmettere qualsiasi sentimento o pensiero. Hanno occhi profondi, che ti comunicano dolore, tristezza ma anche felicità, gioia, affetto.
Oltre al servizio con gli ospiti, la settimana ha previsto anche dei momenti di riflessione/condivisione con le altre ragazze che hanno partecipato al campo su temi proposti dalle nostre animatrici. Di questi, in particolare mi ha colpito l'esperienza di "deserto": ci sono state fornite delle provocazioni e poi siamo state invitate a scegliere un posto in cui, da sole, far volare i nostri pensieri e le nostre idee a riguardo; l'ho trovata molto bella, perché mi ha permesso di guardarmi dentro e di stare per un po' solo con me stessa.
Nonostante non sia un'esperienza semplice, mi sento di consigliarla a chiunque sia interessato/a perché è davvero un'avventura fantastica, che ti fa essere felice di dare una mano e che ti fa crescere. Non abbiate timore, non sono richieste abilità né requisiti particolari, si impara "sul campo", lo dice lo stesso nome della struttura: OPSA: Ognuno Può dare una mano, Semplicemente Amando! (Elisa)

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Sono partita per Sarmeola carica di aspettative, primo tra tutti il desiderio di assaporare e lasciarmi trasportare da tutto ciò che sarebbe accaduto per vivere con serenità e grazia questi giorni di volontariato, sicura che mi avrebbero aiutata a staccare dalla vita frenetica di tutti i giorni e permesso di dedicare più tempo alla mia relazione con il Signore.
Mi immaginavo come un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, che non aspettava altro che essere riempito dalla persone incontrate e dalla storie ascoltate. Con me e come me, alcune ragazze del gruppo Miriam di Vittorio Veneto tra i 16 i 18 anni erano pronte, piene di energia, a donare il proprio tempo e le proprie capacità agli altri, con sentimenti misti di curiosità e insicurezza su quello che sarebbe stato il servizio assegnato.
Fin da subito è stato possibile respirare il clima di famiglia che lega le persone che vivono e lavorano all’OPSA e provare quanto Dio Padre si prenda cura di tutti i suoi figli, pronunciando dolcemente ad ognuno di loro e ogni giorno: “Tu mi stai a cuore!”. E a me aggiungeva: “…prenditi cura di queste sorelle, con l’amore che tu sai e puoi dare perché ognuna di loro è mia figlia”.
Giorno dopo giorno, gli ospiti sono diventati persone con un nome indelebile, con un volto dalla bellezza unica, con passioni e caratteri da ricordare, tutte accomunate dalla somiglianza con il Padre, che si è fatto uomo per assomigliare in tutto e per tutto agli uomini, sani o con disabilità, senza distinzioni.
In questa settimana, mi ha pervaso un immenso senso di gratitudine verso il Signore per avermi dimostrato ancora una volta che il Suo Amore è così grande da averci creato diversi e unici gli uni dagli altri, ma allo stesso tempo simili nel cercare la vicinanza e la cura del prossimo e nel provare gli stessi sentimenti di gioia e serenità nel dare e ricevere un’attenzione, una carezza e un bacio.
È stata una sorpresa rendermi conto che in realtà il mio bicchiere non si era riempito come mi aspettavo, ma aveva condiviso l’acqua con quello di altre persone, assetate di compagnia, condivisione, affetto, rassicurazione e speranza. L’esperienza all’OPSA mi ha ricordato che non bisogna smettere di avere sete, fare spazio alle sorprese del Signore, lasciarsi accompagnare dalle persone che Lui ci affida e farsi prossimi gli uni degli altri perché è nella relazioni con il prossimo che ci sentiamo completi, sperimentiamo e viviamo l’Amore vero. (Roberta)

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Domenica 14 luglio 2013 sono partita insieme alle altre ragazze del gruppo Miriam della Diocesi di Vittorio Veneto, insieme alla nostra accompagnatrice Roberta alla volta dell’Opera della Provvidenza di Sant’Antonio, una struttura residenziale che accoglie persone con grave disabilità intellettiva, situata a Sarmeola, un paese tranquillo appena fuori Padova. Lunedì invece è effettivamente iniziata la mia seconda esperienza all’OPSA. Sono partita molto motivata in quanto non era la prima volta che mi accingevo a trascorrere una settimana in questa casa, ma come l’anno precedente permaneva in me il pensiero di non essere sufficientemente all’altezza delle aspettative,di non riuscire a portare ciò che avevo nel cuore a tutti gli ospiti di questa struttura.
Quello che mi sorprende ogni anno che vado all’OPSA è l’accoglienza da parte di tutti: sacerdoti, suore, volontari, operatori ma soprattutto gli ospiti che nonostante non sappiano chi tu sia o da dove tu venga ti accolgono come facessi parte della loro grande famiglia.
Inoltre all’Opera si respira veramente la Provvidenza di Dio e si avverte che la Sua mano è davvero tesa verso tutti questi suoi figli per soddisfare tutte le loro necessità usando come suoi mediatori tutti coloro che si impegnano a far sì che questa struttura continui ad esistere. Chi arriva all'OPSA entra come in un paese: ci sono le strade, l'ambulatorio, il teatro, la chiesa, i giardini e la palestra, ma ciò che dà colore e importanza a questo paese sono le varie famiglie. I loro indirizzi e nomi sono piuttosto particolari: secondo S. Giuseppe, primo Sacro Cuore, secondo Santi Angeli. E quando una persona entra in queste case - i vari piani delle palazzine che compongono l'enorme struttura dell'OPSA - si sente a poco a poco accolto da tutti. Alle pareti sono appese le foto di momenti importanti: a Natale vicino al presepio, durante un'uscita primaverile, mentre si festeggia tutti insieme un compleanno o le Olimpiadi.
È stato un onore nonché una ricchezza per me poter prender parte alla loro vita, alla loro quotidianità fatta di cose semplici e grandi traguardi come passeggiare, scendere le scale, riuscire a prendere l’ascensore, arrivare in orario per la S. Messa o il S. Rosario, rendersi utili verso gli altri ospiti… Quando sei vicino ai tuoi ospiti ti senti piccolo rispetto a loro pur avendo tutto dalla vita, salute in primis, e molto spesso mi sono sentita inadeguata di fronte a loro,che materialmente hanno bisogno di tutto ma che spiritualmente non hanno nulla da invidiarci. Infatti, ciò che resta impresso nella mente di tutti coloro che prestano servizio all’interno di questa struttura, è l’amore incondizionato che gli ospiti hanno verso Dio e la gratitudine nei suoi confronti per averli creati. La loro gioia contagia tutti ed è fatta per lo più di urli (talvolta improvvisi), strani gesti ma anche lunghi silenzi e sorrisi timidi e tutto ciò mi ha fatto apprezzare ulteriormente il dono della vita, che va vissuta senza troppe pretese e gustando ciò che di più bello ed inaspettato lei possa mai riservare senza lamentarsi troppo per ciò che ci è stato tolto o che ci manca!
L’esperienza all’OPSA ha la capacità di farci sentire tutti dei buoni samaritani che si avvicinano a quanti necessitano di attenzioni e cure continue arricchendoci di amore e permettendoci di donare quanto abbiamo nel cuore a tutti coloro che ci circondano. (Anna)

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“Mi stai a cuore”: è la frase che ha accompagnato me ed altre quattordici ragazze nell’esperienza fatta dal 14 al 20 luglio all’Opera della Provvidenza di Sant’Antonio. Affiancate da suor Paola, suor Ilaria e Roberta, abbiamo intrapreso un vero e proprio cammino che ci ha portate dritte al cuore degli altri attraverso la meditazione della parabola del buon samaritano. Sono tornata a casa fisicamente, ma il cuore l'ho lasciato lì. Quando ho cominciato questa avventura ero certa che mi sarebbe piaciuta, ma sicuramente non mi aspettavo di viverla così intensamente.
La prima mattinata di servizio ero sopraffatta dall’agitazione; ma poi, mano a mano che prendevo confidenza con gli ospiti, i loro sorrisi scacciavano ogni preoccupazione. E così, grazie anche ai consigli degli educatori, ho cominciato a sentirmi ogni giorno sempre più a mio agio. Ho imparato a capire gli ospiti con il loro linguaggio, che non sempre è fatto di parole, ma spesso di gesti, di sguardi che dicono molto di più e vanno in profondità.
Il Signore mi ha sempre dato la forza per andare avanti, anche quando all'inizio credevo di non farcela. Nel giro di pochi giorni con gli ospiti ho stretto dei bellissimi legami; loro hanno cominciato a fidarsi di me ed abbiamo preso confidenza, ho avuto davvero molte manifestazioni di affetto. Non ho più dovuto sforzarmi di pensare a cosa dire o cosa fare, tutto veniva da sé, e con i miei gesti ed i miei comportamenti penso di aver dimostrato loro che mi stanno a cuore!
Nel corso del campo non sono poi mancati momenti di riflessione: ad esempio abbiamo potuto fare un’esperienza di deserto, che ho vissuto in modo particolare e di cui ho fatto tesoro, ed abbiamo inoltre avuto l’occasione di visitare la Casa Madre delle suore francescane elisabettine per conoscere più da vicino loro e le realtà in cui operano.
Grazie al cammino che abbiamo portato avanti durante la settimana ho imparato ad aprire gli occhi del cuore per vedere chi ha bisogno di me. Ho imparato ad avere compassione di lui, a condividere con lui la sua croce. Ho imparato a farmi vicino a chi soffre, a non restare impassibile, lontana, ma a farlo togliendomi i calzari, liberandomi da tutti i pregiudizi, in modo da non lasciare il segno del mio passaggio. Ho imparato a fasciare le ferite del mio prossimo, a profumarle versandovi olio e vino, a portare ovunque il profumo di Gesù; Egli stesso, nel momento in cui più ha amato al punto di morire per noi, si è procurato le ferite più grandi. Ho imparato a prendermi cura di chi ha bisogno. Ho imparato anch’io a fare come il buon samaritano, e mi sono presa l’impegno di provare ad insegnare anche agli altri a fare lo stesso. Ho imparato che in ogni cosa c’è del bene e del male, che anche noi siamo un po’ buoni samaritani e un po’ briganti, a volte facciamo cose buone ed a volte cose sbagliate, ma non per questo ci dobbiamo condannare!
Ciò che prima di questa esperienza consideravo importante ora è passato in secondo piano: questo campo è stata un’occasione per capire che le uniche cose che contano veramente sono Dio, l’amore verso di Lui e verso il prossimo. Ho inoltre potuto conoscere delle persone e delle compagne davvero speciali. Tra momenti divertenti e piacevoli, talvolta duri, ma soprattutto intensi, questa settimana è trascorsa fin troppo velocemente, ma davvero in modo splendido.
Spero di avere ancora l’occasione di fare un’esperienza simile; nel frattempo, come dice sant’Agostino, “ama e dillo con la vita”! (Elena)

Io te e Rio!


IO TE E RIO LA GMG DIETRO CASA, 
OVVERO SOTTOMARINA COME COPACABANA!!!


Non sono mai stata attratta dai grandi raduni o dalle manifestazioni di massa, infatti non ho mai partecipato ad una GMG. A causa di un infortunio improvviso ho dovuto rinunciare anche a quella a Roma nel 2000, durante il Giubileo, alla quale mi era stato chiesto di accompagnare i giovani della parrocchia in cui ero inserita.
L’unica esperienza simile per me era stato il raduno europeo dei giovani a Loreto nel 1994 che per vari motivi mi aveva lasciata perplessa: da qui la disaffezione per queste occasioni.
Diversi mesi fa alcune giovani volontarie, appartenenti ad altre diocesi venete, mi avevano chiesto se avrei partecipato all’iniziativa che si sarebbe tenuta a Chioggia e Sottomarina in concomitanza con la GMG a Rio, ma per i suddetti motivi l’avevo escluso. Inoltre per me solitamente l’estate è già abbastanza fitta di impegni, tanto che non mi sembrava il caso di aggiungerne altri e per di più sfiancanti come può esserlo una due giorni sotto il sole e una notte in spiaggia.
Invece a metà maggio, mentre ero in procinto di partire per Lourdes, per accompagnare alcuni ospiti dell’OPSA, mi sono imbattuta nella pagina facebook dell’evento. Il termine per le iscrizioni sarebbe scaduto da lì a pochi giorni, e improvvisamente ho avvertito come una chiamata ad essere presente. Complice forse lo slancio dato alla Chiesa da Papa Francesco, si è acceso in me il desiderio che fosse presente almeno una suora elisabettina tra tutti quei giovani delle nostre diocesi; mi sembrava strana e ingiusta la nostra assenza, ma non avevo il tempo materiale per coinvolgere altre sorelle avendo un sacco di cose da fare prima di partire. Così, guardando il calendario dell’estate mi sono accorta di essere ancora stranamente libera in quel fine settimana e mi sono sentita spinta a dare al consiglio provinciale la mia disponibilità per partecipare a nome della Famiglia, fermo restando che se avessero trovato qualche altra sarei stata ben contenta di cedere il posto o di partecipare insieme, cosa che però non è avvenuta.
Altra situazione particolare, che in realtà avrebbe potuto ostacolare la partecipazione, è stata il fatto che la diocesi di Padova non era tra le organizzatrici e così a chi aggregarmi? Chioggia, la realtà ospitante? Meglio di no, ormai non avevo contatti con la pastorale giovanile da alcuni anni, mi sarei sentita un pesce fuor d’acqua, a parte la conoscenza di un paio di volontari. Rovigo o Vittorio Veneto dalle quali provengono diversi volontari? Alla fine la scelta è caduta su Vittorio Veneto perché è la diocesi con la quale in questi ultimi anni abbiamo organizzato diversi campi di servizio sia per adolescenti che per giovani all’OPSA dove vivo e opero.
Detto fatto, nel giro di un paio di giorni ero già iscritta e, contattando i partecipanti ai campi dell’ultimo anno, hanno deciso di partire con me 4 adolescenti della zona di Campodarsego e Borgoricco.
La due giorni è stata in perfetto stile GMG, a parte la mondialità dei partecipanti ovviamente. Un clima di festa e di fraternità pervadeva tutti. Per me era bello ad ogni passo incontrare il volto di un giovane, un prete, un religioso, una ragazza che avevo conosciuto grazie al mio servizio all’OPSA. Spesso erano loro i primi a riconoscermi e a salutarmi con trasporto, così ho avuto un’ulteriore conferma del fatto che, anche se per una breve visita di un paio d’ore, il contatto con un opera di carità e un testimone resta indelebile nel cuore. E con i volontari ci siamo ritrovati insieme a condividere da vicino questa esperienza.

In mattinata abbiamo partecipato a catechesi e Celebrazione Eucaristica suddivisi nelle chiese storiche di Chioggia, poi dopo una pausa per il pranzo e un tuffo in acqua per resistere al caldo, sul palco in spiaggia si sono susseguite musica e testimonianze di vita e di fede, una fede a volte cresciuta costantemente nel tempo, altre volte abbandonata o misconosciuta e poi riscoperta, ma comunque alla fine un fede vissuta e comunicata. Sono stati proposti anche due musical: “Il Risorto” e in anteprima uno su S. Massimiliano Kolbe. Alle 23.00 il collegamento con Copacabana e la veglia con il Papa e, nonostante la stanchezza, la maggior parte dei 3.500 giovani hanno ascoltato e partecipato con attenzione e poi il mattino dopo all’alba erano già in piedi per prepararsi alla Celebrazione Eucaristica delle 7.30 con il patriarca di Venezia e il vescovo di Chioggia.
Certo alcune incoerenze negli atteggiamenti di qualche giovane partecipante ci sono state, ma sono convinta che anche tra le folle che andavano ad ascoltare Gesù ci fosse un po’ di tutto e lui non ha mai allontanato nessuno. Nella catechesi che abbiamo ascoltato è stato messo in evidenza che alcuni tra gli apostoli, all’ascensione di Gesù al cielo, ancora dubitavano. Quello che conta è seminare, sarà qualcun Altro che troverà il modo di far crescere e fruttificare e solo alla fine separerà grano e zizzania. Certo sta a noi aiutare i giovani a riflettere sui propri atteggiamenti, a formare le coscienze e insegnare ad ascoltare la voce dello Spirito d’Amore che abita in loro, ma poi occorre lasciarli liberi di scegliere cosa fare e che portino le conseguenze delle proprie decisioni e azioni, solo così potranno maturare come uomini liberi e veramente credenti. Come ha detto il prete ha tenuto la catechesi: “Dio è già presente nel mondo, andiamo da persone che hanno già Dio nel cuore. Invece noi andiamo dalle persone come se non avessero Dio e dovessimo portarlo noi. In realtà c’è molto Amore nel mondo, noi dobbiamo solo scoprirlo”. Tutto questo mi sembra molto elisabettino: aiutare a far risplendere l’immagine e somiglianza di Dio che ciascuno porta scolpita nel proprio cuore. (suor Paola Bazzotti)

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Ciao, siamo Beatrice, Alessandro, Aurora e Arianna. Abbiamo deciso di partecipare alla GMG, in versione interdiocesana, a Chioggia per fare un'esperienza nuova, diversa dal solito. Ognuno di noi è partito con le sue aspettative e con il desiderio di ricavare da questa "due giorni" qualcosa che ci aiutasse a maturare e a crescere nella fede e da portare poi nel nostro quotidiano. Il momento che più ci ha coinvolto e anche fatto divertire è stato l'intervento di Don Giampietro al mattino durante la catechesi. Il messaggio che abbiamo subito fatto nostro è che ognuno di noi è servo di Cristo e con i nostri gesti e parole possiamo rendere migliore la Chiesa ciascuno nel suo piccolo. La sera poi è stata molto suggestiva, grazie al cielo pieno di stelle e ai due musical. Quando ci siamo collegati con Papa Francesco, ci siamo sentiti parte di una festa ancora più grande e davvero sembrava che le due spiagge potessero toccarsi!! Le parole del Papa ci hanno raggiunto dritto al cuore e ci ha colpito e commosso il fatto che abbracciasse le persone che gli venivano presentate durante il suo passaggio tra la folla. Il mattino seguente, abbiamo partecipato alla Santa Messa resa unica e indimenticabile dal coro interdiocesano. Sicuramente è stata un'esperienza che porteremo per sempre nel cuore e che speriamo di ripetere al più presto.
Un grazie speciale va a Suor Paola per averci invitati e accompagnati in questa GMG e a tutti gli organizzatori perchè grazie al loro impegno ci siamo divertiti tantissimo!!
IO, TE E RIO....CIAOOOOO!!!!! :)”
  

mercoledì 9 ottobre 2013

Ah! Elisabetta!


"Se misericordia si posò in me, onnipotenza pure compirà l'incominciata tela, 
ed amore mi farà uscire da me con frutti non piccoli."

"Per via di lume intesi: Può forse un ricco fratello vedere nelle indigenze, e per queste disonorato ancora, un infelice suo fratello? No certo. Oltre il naturale bisogno lo soccorrerebbe ancora pel suo onore, suo divenendo, per la parentela, disonore ed onore. E vuoi tu che un Dio goda e voglia i figli perduti e che non si muova a soccorrerli in pericolosi stati? L'onore di Gesù lo impegna e lo eccita a salvarli. Ciò ebbi con lumi tali da empire più di un foglio nel descriverli e con tal pace e soddisfazione che ben intesi chi parlò e cosa dirmi voleva. Ah, sì che cangerò: più che conosco le miserie mie e più io spero di guarire. Se misericordia si posò in me, onnipotenza pure compirà l'incominciata tela, ed amore mi farà uscire da me con frutti non piccoli." D 589

martedì 8 ottobre 2013

Predicare senza parole!


"Ah padre, come Dio da ieri mi mostra il suo amore specialissimo! come mi lega in mille modi! Amore, sì Amore mi possieda, mi faccia operare, mi getti come un vento per il mondo tutto: anime salvare io gli bramo." Diario di Elisabetta Vendramini n.1322

«Sapete che cosa ha detto Francesco una volta ai suoi fratelli? Predicate sempre il Vangelo, e se fosse necessario anche con le parole! Ma, come? Si può predicare il Vangelo senza le parole? Sì! Con la testimonianza! Prima la testimonianza, dopo le parole!». Papa Francesco, facendo riferimento al capitolo xvi della Regola non bollata (Fonti francescane, 43), 

"Mostrò oggi il Signore all'anima mia ed al mio cuore ogni suo dono e naturale e soprannaturale, dato per impulso d'amore, e me lo pose sott'occhio con distinzioni fino al massimo dei doni, Gesù, suo e mio in conseguenza. Ah mio Padre, io amai, io bramai e chiesi, per far lui in me conoscere vero e solo operatore, di convertire l'intero mondo. Io credo di poter ciò fare con lui e avere tal grazia. Mi esibii con il suo aiuto a ricevere il compenso che ebbe in vita ed in morte Gesù dagli uomini. La mia audacia nasce da un tranquillo riposo nelle onnipotenti braccia del mio Dio." D 1531

domenica 6 ottobre 2013

Discorso di papa Francesco ai Giovani - Assisi




Cari giovani dell’Umbria, buona sera!
Grazie di essere venuti, grazie di questa festa! Davvero, questa è una festa! E grazie per le vostre domande.
Sono contento che la prima domanda sia stata da una giovane coppia. Una bella testimonianza! Due giovani che hanno scelto, hanno deciso, con gioia e con coraggio di formare una famiglia. Sì, perché è proprio vero, ci vuole coraggio per formare una famiglia! Ci vuole coraggio! E la domanda di voi, giovani sposi, si collega a quella sulla vocazione. Che cos’è il matrimonio? E’ una vera e propria vocazione, come lo sono il sacerdozio e la vita religiosa. Due cristiani che si sposano hanno riconosciuto nella loro storia di amore la chiamata del Signore, la vocazione a formare di due, maschio e femmina, una sola carne, una sola vita. E il Sacramento del matrimonio avvolge questo amore con la grazia di Dio, lo radica in Dio stesso. Con questo dono, con la certezza di questa chiamata, si può partire sicuri, non si ha paura di nulla, si può affrontare tutto, insieme!
Pensiamo ai nostri genitori, ai nostri nonni o bisnonni: si sono sposati in condizioni molto più povere delle nostre, alcuni in tempo di guerra, o di dopoguerra; alcuni sono emigrati, come i miei genitori. Dove trovavano la forza? La trovavano nella certezza che il Signore era con loro, che la famiglia è benedetta da Dio col Sacramento del matrimonio, e che benedetta è la missione di mettere al mondo i figli e di educarli. Con queste certezze hanno superato anche le prove più dure. Erano certezze semplici, ma vere, formavano delle colonne che sostenevano il loro amore. Non è stata facile, la vita loro; c’erano problemi, tanti problemi. Ma queste certezze semplici li aiutavano ad andare avanti. E sono riusciti a fare una bella famiglia, a dare vita, a fare crescere i figli.
Cari amici, ci vuole questa base morale e spirituale per costruire bene, in modo solido! Oggi, questa base non è più garantita dalle famiglie e dalla tradizione sociale. Anzi, la società in cui voi siete nati privilegia i diritti individuali piuttosto che la famiglia - questi diritti individuali -, privilegia le relazioni che durano finché non sorgono difficoltà, e per questo a volte parla di rapporto di coppia, di famiglia e di matrimonio in modo superficiale ed equivoco. Basterebbe guardare certi programmi televisivi e si vedono questi valori! Quante volte i parroci – anch’io, alcune volte l’ho sentito – sentono una coppia che viene a sposarsi: “Ma voi sapete che il matrimonio è per tutta la vita?”. “Ah, noi ci amiamo tanto, ma… rimarremo insieme finché dura l’amore. Quando finisce, uno da una parte e l’altro dall’altra”. E’ l’egoismo: quando io non sento, taglio il matrimonio e mi dimentico di quell’“una sola carne”, che non può dividersi. E’ rischioso sposarsi: è rischioso! E’ quell’egoismo che ci minaccia, perché dentro di noi tutti abbiamo la possibilità di una doppia personalità: quella che dice: “Io, libero, io voglio questo…”, e l’altra che dice: “Io, me, mi, con me, per me …”. L’egoismo sempre, che torna e non sa aprirsi agli altri. L’altra difficoltà è questa cultura del provvisorio: sembra che niente sia definitivo. Tutto è provvisorio. Come ho detto prima: mah, l’amore, finché dura. Una volta ho sentito un seminarista – bravo – che diceva: “Io voglio diventare prete, ma per dieci anni. Dopo ci ripenso”. E’ la cultura del provvisorio, e Gesù non ci ha salvato provvisoriamente: ci ha salvati definitivamente!
Ma lo Spirito Santo suscita sempre risposte nuove alle nuove esigenze! E così si sono moltiplicati nella Chiesa i cammini per fidanzati, i corsi di preparazione al Matrimonio, i gruppi di giovani coppie nelle parrocchie, i movimenti familiari… Sono una ricchezza immensa! Sono punti di riferimento per tutti: giovani in ricerca, coppie in crisi, genitori in difficoltà con i figli e viceversa. Ci aiutano tutti! E poi ci sono le diverse forme di accoglienza: l’affido, l’adozione, le case-famiglia di vari tipi… La fantasia – mi permetto la parola – la fantasia dello Spirito Santo è infinita, ma è anche molto concreta! Allora vorrei dirvi di non avere paura di fare passi definitivi: non avere paura di farli. Quante volte ho sentito mamme che mi dicono: “Ma, Padre, io ho un figlio di 30 anni e non si sposa: non so cosa fare! Ha una bella fidanzata, ma non si decide”. Ma, signora, non gli stiri più le camicie! E’ così! Non avere paura di fare passi definitivi, come quello del matrimonio: approfondite il vostro amore, rispettandone i tempi e le espressioni, pregate, preparatevi bene, ma poi abbiate fiducia che il Signore non vi lascia soli! Fatelo entrare nella vostra casa come uno di famiglia, Lui vi sosterrà sempre.
La famiglia è la vocazione che Dio ha scritto nella natura dell’uomo e della donna, ma c’è un’altra vocazione complementare al matrimonio: la chiamata al celibato e alla verginità per il Regno dei cieli. E’ la vocazione che Gesù stesso ha vissuto. Come riconoscerla? Come seguirla? E’ la terza domanda che mi avete fatto. Ma qualcuno di voi può pensare: ma questo vescovo, che bravo! Abbiamo fatto la domanda e ha le risposte tutte pronte, scritte! Io ho ricevuto le domande alcuni giorni fa. Per questo le conosco. E vi rispondo con due elementi essenziali su come riconoscere questa vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata. Pregare e camminare nella Chiesa. Queste due cose vanno insieme, sono intrecciate. All’origine di ogni vocazione alla vita consacrata c’è sempre un’esperienza forte di Dio, un’esperienza che non si dimentica, la si ricorda per tutta la vita! E’ quella che ha avuto Francesco. E questo noi non lo possiamo calcolare o programmare. Dio ci sorprende sempre! E’ Dio che chiama; però è importante avere un rapporto quotidiano con Lui, ascoltarlo in silenzio davanti al Tabernacolo e nell’intimo di noi stessi, parlargli, accostarsi ai Sacramenti. Avere questo rapporto familiare con il Signore è come tenere aperta la finestra della nostra vita perché Lui ci faccia sentire la sua voce, che cosa vuole da noi. Sarebbe bello sentire voi, sentire qui i preti presenti, le suore… Sarebbe bellissimo, perché ogni storia è unica, ma tutte partono da un incontro che illumina nel profondo, che tocca il cuore e coinvolge tutta la persona: affetto, intelletto, sensi, tutto. Il rapporto con Dio non riguarda solo una parte di noi stessi, riguarda tutto. E’ un amore così grande, così bello, così vero, che merita tutto e merita tutta la nostra fiducia. E una cosa vorrei dirla con forza, specialmente oggi: la verginità per il Regno di Dio non è un “no”, è un “sì”! Certo, comporta la rinuncia a un legame coniugale e ad una propria famiglia, ma alla base c’è il “sì”, come risposta al “sì” totale di Cristo verso di noi, e questo “sì” rende fecondi.
Ma qui ad Assisi non c’è bisogno di parole! C’è Francesco, c’è Chiara, parlano loro! Il loro carisma continua a parlare a tanti giovani nel mondo intero: ragazzi e ragazze che lasciano tutto per seguire Gesù sulla via del Vangelo.
Ecco, Vangelo. Vorrei prendere la parola “Vangelo” per rispondere alle altre due domande che mi avete fatto, la seconda e la quarta. Una riguarda l’impegno sociale, in questo periodo di crisi che minaccia la speranza; e l’altra riguarda l’evangelizzazione, il portare l’annuncio di Gesù agli altri. Mi avete chiesto: che cosa possiamo fare? Quale può essere il nostro contributo?
Qui ad Assisi, qui vicino alla Porziuncola, mi sembra di sentire la voce di san Francesco che ci ripete: “Vangelo, Vangelo!”. Lo dice anche a me, anzi, prima a me: Papa Francesco, sii servitore del Vangelo! Se io non riesco ad essere un servitore del Vangelo, la mia vita non vale niente!
Ma il Vangelo, cari amici, non riguarda solo la religione, riguarda l’uomo, tutto l’uomo, riguarda il mondo, la società, la civiltà umana. Il Vangelo è il messaggio di salvezza di Dio per l’umanità. Ma quando diciamo “messaggio di salvezza”, non è un modo di dire, non sono semplici parole o parole vuote come ce ne sono tante oggi! L’umanità ha veramente bisogno di essere salvata! Lo vediamo ogni giorno quando sfogliamo il giornale, o sentiamo le notizie alla televisione; ma lo vediamo anche intorno a noi, nelle persone, nelle situazioni; e lo vediamo in noi stessi! Ognuno di noi ha bisogno di salvezza! Soli non ce la facciamo! Abbiamo bisogno di salvezza!  Salvezza da che cosa? Dal male. Il male opera, fa il suo lavoro. Ma il male non è invincibile e il cristiano non si rassegna di fronte al male. E voi giovani, volete rassegnarvi di fronte al male, alle ingiustizie, alle difficoltà? Volete o non volete? [I giovani rispondono: No!] Ah, va bene. Questo piace! Il nostro segreto è che Dio è più grande del male: ma questo è vero! Dio è più grande del male. Dio è amore infinito, misericordia senza limiti, e questo Amore ha vinto il male alla radice nella morte e risurrezione di Cristo. Questo è il Vangelo, la Buona Notizia: l’amore di Dio ha vinto! Cristo è morto sulla croce per i nostri peccati ed è risorto. Con Lui noi possiamo lottare contro il male e vincerlo ogni giorno. Ci crediamo o no? [I giovani rispondono: Sì!] Ma questo ‘sì’ deve andare nella vita! Se io credo che Gesù ha vinto il male e mi salva, devo seguire Gesù, devo andare sulla strada di Gesù per tutta la vita.
Allora il Vangelo, questo messaggio di salvezza, ha due destinazioni che sono legate: la prima, suscitare la fede, e questa è l’evangelizzazione; la seconda, trasformare il mondo secondo il disegno di Dio, e questa è l’animazione cristiana della società. Ma non sono due cose separate, sono un’unica missione: portare il Vangelo con la testimonianza della nostra vita trasforma il mondo! Questa è la via: portare il Vangelo con la testimonianza della nostra vita.
Guardiamo Francesco: lui ha fatto tutt’e due queste cose, con la forza dell’unico Vangelo. Francesco ha fatto crescere la fede, ha rinnovato la Chiesa; e nello stesso tempo ha rinnovato la società, l’ha resa più fraterna, ma sempre col Vangelo, con la testimonianza. Sapete che cosa ha detto Francesco una volta ai suoi fratelli? “Predicate sempre il Vangelo e se fosse necessario, anche con le parole!”. Ma, come? Si può predicare il Vangelo senza le parole? Sì! Con la testimonianza! Prima la testimonianza, dopo le parole! Ma la testimonianza!
Giovani dell’Umbria: fate così anche voi! Oggi, nel nome di san Francesco, vi dico: non ho né oro, né argento da darvi, ma qualcosa di molto più prezioso, il Vangelo di Gesù. Andate con coraggio! Con il Vangelo nel cuore e tra le mani, siate testimoni della fede con la vostra vita: portate Cristo nelle vostre case, annunciatelo tra i vostri amici, accoglietelo e servitelo nei poveri. Giovani, date all’Umbria un messaggio di vita, di pace e di speranza! Potete farlo!
Recita del Padre Nostro e Benedizione
E per favore, vi chiedo: pregate per me!