giovedì 28 marzo 2013

Una stanza per...




Gesù era un senza casa, uno sfollato, e aveva bisogno che uno gli cedesse un po’ della sua, almeno per la pasqua. 
Vi sono giorni in cui non si può mangiare sul margine della strada o all'ombra di un fico. Il cuore, assalito dai ricordi o traboccante di un dono incontenibile, non può dichiararsi a un qualunque crocevia. Ci vuole un uscio che si apra, sovra una larga stanza, se no, sarebbe un sacrilegio. 
Questa sera l’amore di Cristo ha bisogno di questa larga stanza, ma non vuota e dissipata come certe nostre cattedrali. Ne ha bisogno per lavare i piedi dei suoi poveri apostoli, per fare il pane della Vita, per suggellare l’Istituzione col suo testamento. 
Ed ecco che un uomo senza nome, un padrone di casa, gli impresta la sua camera più bella. 
I senza casa di ogni tempo, gli sfollati di oggi che sono milioni, hanno il loro santo protettore, un santo senza aureola, senza chiesa e senza altare, in colui che ha imprestato a Cristo la prima chiesa e il primo altare. Egli ha dato ciò che aveva di più grande, perché intorno al grande sacramento ci vuoi tutto di grande, camera e cuori, parole e gesti. 
Oggi, tutte le chiese dovrebbero avere la massima latitudine spirituale, per ospitare i diseredati e i tribolati di ogni fronte, per baciare dei poveri piedi, che hanno camminato migliaia e migliaia di chilometri nel fango e nella neve della steppa e sulle sabbie infuocate dei deserto. 
Così fu il primo ostensorio eucaristico preparato da quell’ignoto padrone di casa. 
Me lo raffiguro, alla fine del banchetto, con la moglie e i figlioli, nel vano della porta semi- aperta, farsi avanti per ultimo, mendicante più che commensale di un pane che aveva preparato con le sue mani e che il Cristo, benedicendolo, aveva cambiato in pane di Vita eterna. 

don Primo Mazzolari, meditazioni per la Settimana Santa

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