venerdì 18 ottobre 2013

Resto con te!


TESTIMONIANZE DEL CAMPO DI VOLONTARIATO “RESTO CON TE”

"Se desideri veramente una cosa allora sarai anche in grado di realizzarla": è con questa frase che un ospite delle cucine ha iniziato la sua conversazione con me, il secondo giorno di servizio alle Cucine Economiche Popolari di Padova. E in effetti è vero: sono riuscita a buttarmi in un esperienza così forte solo nel momento in cui mi sono accorta del desiderio che avevo dentro me di incontrare la povertà e ho deciso di seguirlo, di investire un po' di tempo ed energie su di esso. E quando ci si butta assieme agli altri, nel nome di Gesù, anche le imprese più difficili diventano possibili.
La nostra giornata di servizio iniziava con un momento di preghiera guidato dagli atteggiamenti della figura evangelica del Buon Samaritano; poi noi volontarie raggiungevamo le Cucine, nei pressi della stazione ferroviaria, felici e leggere a bordo delle nostre bici. Le prime ore della mattina le passavamo tagliando le verdure per la preparazione del pranzo, oppure all'entrata delle Cucine per accogliere e fare compagnia agli ospiti. Alle 11.30 ci mettavamo dietro gli sportelli della distribuzione dei pasti per dare un vassoio ricco di cose buone mandate dalla Provvidenza. Oltre agli sportelli c'era bisogno di aiuto nella sala da pranzo, dove distribuivamo dolcetti, pane, e talvolta un bicchiere di una bibita fresca. Per 5 giorni abbiamo camminato accanto alle più svariate povertà metropolitane: il senza-tetto, l'immigrato, il tossicodipendente, l'alcolista, l'anziano abbandonato a se stesso, la badante rimasta senza lavoro. Ci avvicinavamo con molta delicatezza, a "piedi scalzi" per non infierire sulle ferite già cosi profonde, ma anche con una buona dose di prudenza. Sempre col sorriso e il cuore aperto per accogliere la loro presenza "impegnativa", che spesso ci ha ricordato quanto siamo impotenti, ma anche quel troppo a cui ci siamo ormai abituati.
Alle cucine il povero può riposarsi, ripulirsi e mangiare un pasto caldo. Ma soprattutto, incontrare altre persone, facce amiche che gli tendono una mano, e altri poveri che come lui portano il peso della vita di strada. Le cucine sono un po' un crocevia dove le solitudini e le tristezze del singolo diventano dolore collettivo. Per un breve tempo però: la vita di strada non permette di affezionarsi o di dare confidenze. Come treni arriva il momento in cui si deve lasciare la stazione e ritornare a percorrere la propria direzione, su un binario spesso desolato. 
E allora resta l'interrogativo, l'inquietudine che bussa alla porta del cuore su cosa fare per questi fratelli, che camminano alle periferie delle nostre comunità, che non siamo capaci di incontrare e che spesso cerchiamo di evitare. Il primo passo è forse quello di metterci veramente in ascolto di Gesù per riuscire a diventare dei Buoni Samaritani; e di farlo insieme, come gruppo unito di persone che camminano verso la stessa meta. (Elisabetta)

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In questa settimana di fraternità e volontariato, sulla scia della parabola del Buon Samaritano e la guida di alcuni “fratelli maggiori” - San Francesco d’Assisi, Sant’Antonio di Padova e la Beata Elisabetta Vendramini - ho vissuto una magnifica esperienza all’insegna della condivisione e dell’amore fraterno. Quando sono partita per intraprendere questo viaggio, non nascondo di aver avuto un po’ di timore, dovuto al fatto che non sapevo chi avrebbe condiviso con me questa esperienza e cosa avrei provato nell’affrontare questa nuova sfida con me stessa. Ora, tornata a casa, sento di poter dire di sentirmi molto più ricca, umanamente e spiritualmente: i ragazzi, i frati e le suore che hanno camminato al mio fianco in questi giorni, mi hanno fatto capire quanto sia bello e costruttivo affrontare insieme le proprie paure e le proprie emozioni, e cosa significhi sentirsi accolti e amati per quello che si è, nella semplicità del vissuto quotidiano.
La convivenza insieme a persone così speciali è stata per me il segno dell’immenso amore di Dio, che si concretizza ogni giorno nel volto di chi si fa prossimo. A mia volta, sono stata chiamata ad essere “prossimo”, ad accogliere e prendermi cura di coloro che hanno più bisogno. Il servizio di volontariato all’Opera della Provvidenza di Sant’Antonio, che ha scandito le nostre giornate, è stato l’occasione perfetta per mettere in pratica i valori cristiani della compassione e dell’amore gratuito nei confronti dei fratelli, assaporando così la vita in ogni istante, con la consapevolezza di avere accanto a me la presenza del Signore sempre, nei momenti belli come in quelli più difficili. (Eleonora)

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Questa intensa settimana d’agosto 2013 non è stata per me, come per molti tra i miei fortunati compagni di cammino, la prima esperienza di volontariato presso le strutture dell’OPSA, eppure in un certo senso è come se si trattasse sempre di una prima volta, tanto vasto e complesso è il mondo che, sconosciuto ai più, si trova al di là di quei noti cancelli e mura e di Sarmeola.
È proprio il caso di dire che non si finisce mai di imparare e di scoprire novità inaspettate quanto abbaglianti nella loro umanità, specialmente quest’anno che sono stato assegnato a un reparto decisamente diverso da quello cui ero stato abituato. Un piano forse meno naturalmente disposto, nel suo complesso, ad esternare quei lampi di gioia spontanea e semplicità disarmante di altre realtà di quel vicinato; un piano, per prendere in prestito una felice definizione di un’operatrice, più “nonno” (e non solo per mere questioni di media anagrafica) ma non per questo meno ricco di umanità, tanto nelle difficoltà e nell’aiuto di cui i suoi ospiti hanno bisogno, quanto nella pienezza della vita che riescono a trasmettere a noi volontari, che di fatto lì, come in ogni altro dove dell’Opera, finiscono per ricevere molto più di quanto donano. (Gabriele)



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