lunedì 4 novembre 2013

23 anni fa la beatificazione di Madre Elisabetta!

 
“Chi rimane in me, e io in lui, fa molto frutto” (Gv 15, 5).

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II, Domenica, 4 novembre 1990

1. Il maestro buono parla in parabole. Oggi la liturgia ci ricorda la parabola della vera vite e dei tralci. Dal testo evangelico di Giovanni notiamo che è stata narrata da Cristo nel cenacolo, dopo l’istituzione dell’Eucaristia, quand’egli stava per andare al Padre attraverso la Pasqua della sua morte e risurrezione.

Da quel momento le parole di Cristo: “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15, 14) hanno acquistato un’importanza particolare, esse significano anche rimanete in me mediante l’Eucaristia, rimanete in me mediante il mistero del sacrificio redentore. “Chi rimane in me, e io in lui, fa molto frutto”.

È il frutto della santità

2. È il frutto del regno di Dio. È il frutto della santità. Nel corso di tante generazioni i santi hanno confermato pienamente la verità e la potenza di queste parole. Infatti essi hanno portato frutti abbondanti, perché sono rimasti in Cristo, vera vite.

Oggi al numero di coloro, di cui la Chiesa gioisce per la santità della loro vita, aggiungiamo i nomi delle serve di Dio: Marthe Aimée Le Bouteiller, Louise-Thérèse de Montaignac de Chauvance, Maria Schininà, Elisabetta Vendramini.

D’ora in poi la Chiesa potrà venerarle come beate, con grande consolazione delle comunità dalle quali esse provengono.

Unione profonda con Gesù e amore verso i poveri

6. Anche la figura della beata Elisabetta Vendramini si inserisce nella dinamica spirituale che ha come fulcro centrale l’“unione” profonda con Gesù e l’amore verso i poveri, i quali sono i protagonisti di tante pagine del Vangelo. Le parole del Signore: “Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare” (Mc 8, 2) segnarono profondamente il cuore della beata Elisabetta sin dalla sua prima giovinezza, quando avvertì forte l’ispirazione di consacrarsi totalmente al Cristo e al servizio dei poveri. Abbandonò senza esitare gli agi della vita familiare e sociale per dedicarsi alle ragazze abbandonate e ai bisognosi dei quartieri più emarginati.

In questa sua opera Elisabetta traeva ispirazione e forza dall’Alto e dal suo forte spirito di orazione. Religiosa di raffinata sensibilità contemplativa, la beata si perdeva nella meditazione del Mistero della Santissima Trinità, cogliendone il dinamismo dell’incarnazione del Verbo, per arrivare, quindi, alla lode e all’ammirazione del Cristo povero e crocifisso, che riconosceva e serviva, poi, nei poveri tanto amati.

Dal cielo oggi Elisabetta esorta tutti coloro che vogliono efficacemente aiutare i fratelli nell’anima e nel corpo a trarre forza dalla fede in Dio e dalla imitazione di Cristo. Ella in questo si dimostrò un fecondo germoglio della spiritualità francescana. Di san Francesco ella imitò soprattutto la vita povera, la fede sicura e semplice, e l’amore a Cristo crocifisso.

La beata Vendramini ci insegna ancora che dove è più forte e sicura la fede, là sarà più audace lo slancio della carità verso il prossimo. Dove è più percepito il senso di Cristo, là sarà più preciso e fattivo il senso delle necessità dei fratelli.

Oggi la Chiesa gioisce

7. “Tu amerai” (Dt 6, 5). Abbiamo guardato le figure delle nuove Beate. Ciascuna di esse ha incarnato nella vita questo primo e più grande comandamento del Vangelo: l’amore di Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza (Mc 12, 30) e l’amore effettivo verso l’uomo-prossimo. L’amore che - particolarmente in queste beate - ha i tratti femminili, materni, così come viene messo in rilievo dalla prima lettera ai Tessalonicesi. Proprio con la potenza di tale amore sono rimaste in Cristo e Cristo in esse. Ed hanno portato molto frutto.

Oggi la Chiesa gioisce perché con questo frutto la beata Marta, la beata Teresa, la beata Maria e la beata Elisabetta hanno glorificato il Padre celeste. È la gloria della comunione dei santi. La gloria vivificante per la Chiesa sulla terra.

Queste religiose ci parlano dell’amore di Cristo, dell’amore che unisce la vite e i tralci. E perciò insieme a lui gridano: “Rimanete nell’amore” (Gv 15, 10). Amen!

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