martedì 31 dicembre 2013

Auguri per il nuovo anno

"Vi desidero a tutte un anno felice; dir voglio senza offese di Dio, carico di vittorie, pieno di carità, di umilianti volontarie azioni, di mitezza; in una parola di un anno che le virtù contenga di molti, dal Signore benedetti e coronati."  dall'Istruzione 38,4 di madre Elisabetta Vendramini alle sue sorelle

Con le parole di Madre Elisabetta desideriamo augurarvi un nuovo anno che sia felice, in cammino dove il Signore desidererà guidarci, in ascolto operoso della sua Parola e di quanto anche il nostro papa Francesco ci sta dicendo "correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo. L’autentica fede nel Figlio di Dio fatto carne è inseparabile dal dono di sé, dall’appartenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazione con la carne degli altri. Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza." (n.87 Evangelii Gaudium)

Buon 2014!!!




lunedì 16 dicembre 2013

Elisabettine verso il Sud Sudan!


La testimonianza delle nostre sorelle che stanno per aprire una nuova comunità a Talì in Sud Sudan: sr Vittoria Faliva, sr Anastacia Maina e sr Chiara Ahlam Latif.

Buon cammino! Vi ricordiamo sorelle!

sabato 7 dicembre 2013

Maria Immacolata


"La Trinità santissima si compiace nell'ammirare Maria figlia, madre e sposa, ripiena di grazia e illuminata dagli attributi divini e, come un terso mare riflette splendidamente il cielo stellato, così Maria rispecchia nelle sue eroiche virtù i magnifici doni ricevuti" Elisabetta Vendramini

giovedì 5 dicembre 2013

Caritas Baby Hospital - un attimo di pace....



Ecco qui la testimonianza di sr Donatella, suora francescana elisabettina che vive, lavora e condivide le sorti, insieme alle altre sorelle della comunità, dei popoli che abitano la terra natale di Gesù.

"Quando sono arrivata al Caritas Baby Hospital non avevo nessuna esperienza con i bambini. Ne avevo tanta con gli adulti. Anni di lavoro in Ospedale con loro mi hanno reso esperta e sapevo come “muovermi” senza sentirmi a disagio. Ma arrivata qui a Betlemme mi sono sentita persa, mi sono trovata e dover ri-vedere e ri-disegnare una modalità di approccio che mi era estranea.
Il bambino ha un mondo tutto suo che noi adulti facciamo fatica a capire, pur essendo stati bambini anche noi, ma con il passare degli anni ci si dimentica e si costruiscono delle sovrastrutture mentali che offuscano anche gli occhi del cuore.
Ho avuto bisogno di parecchio tempo prima di riuscire a sintonizzarmi nella lunghezza d’onda dei piccoli, nel cercare di guardare il mondo, la vita dal loro orizzonte, secondo i loro occhi, il battito del loro cuore, ed e’ stata ed e’ un’esperienza meravigliosa.
Avere a che fare con un bambino significa SCENDERE, noi adulti invece lottiamo per salire!
Scendere fino al suo livello, fino ad incrociare i suoi occhietti. A volte si e’ costretti ad “accucciarsi”, (non trovo un termine più adatto per dire il movimento che un bambino ci costringe a fare) per poter essere faccia a faccia con lui, o addirittura strisciare per terra per incontrarlo. E quando si riesce ad incontrare un piccolo, non si scende solo fisicamente ma si arriva a perdere le categorie artefatte dell’adultità (le sovrastrutture) per guardare il mondo da una prospettiva diversa, più vera, più naturale, più umana, meno ingarbugliata dei nostri ragionamenti senza fine, piu’ autentica ed aperta ad un’accoglienza che non fa differenze, che non calcola, piu’ leale e spontanea, piu’ gioiosa, dove tutto e’ scoperta positiva. Scendere per incontrare un bambino allora non e’ perdere ma imparare una lezione di vita che solo loro, i piccoli possono insegnarci. E la fragilità di un bambino diventa fortezza perchè mi fa vedere la mia fragilita’, quanto io, uomo/donna adulto sono lontano dalla mia chiamata iniziale, quella dell’essere, pensato da Dio nell’atto della creazione “e vide che era cosa molto buona” e così le parti si invertono, i ruoli si scambiano; loro i piccoli che consideriamo fragili, vulnerabili diventano invece i nostri accusatori ma anche i nostri modelli “se non diventerete come bambini non avete accesso al Regno dei cieli”.
Lavorando poi qui al Caritas Baby Hospital oltre a scendere ho capito che un bambino, specie se malato, mi costringe a non rimanere nella superficie ma andare in profondità per trovare una risposta, qualora ci sia davvero, alle mille domande che lavorando in un ospedale pediatrico ci si pone con l’aggiunta di altre dettate dalla situazione di Betlemme. Scendere fino al nucleo all’essenza della propria esistenza.
Come dicevo ho lavorato con adulti ma il bambino ti scaraventa giù con violenza verso un apparente abisso che non ha nessun appiglio per fermare la caduta. Perché la malattia di un bambino? Perché il dolore innocente? Perché la morte, quella dovuta alla patologia infausta e/o quella dovuta ad una lastra di cemento che non ha permesso al bambino di andare in un ospedale chirurgico?
Non e’ facile trovare una risposta, ammesso che ci sia e proprio questa difficoltà ti costringe a rivedere il tuo concetto di vita e di morte, di dolore e di sofferenza, di male e di bene, di paura di quella fragilità che ci accompagna fin dalla nascita ma che, con il passare del tempo rivestiamo di solidità, di potenza, di fortezza, di coraggio! E se guardo a come un bambino guarda a queste realtà, o vive queste dimensioni per noi adulti apparentemente in perdita, ancora una volta mi e’ maestro, ancora una volta mi da’ lezioni di vita che non si trovano scritte in nessun libro.
Ancora una volta la fragilità/potenza dei piccoli diventa opportunità di guardare all’esistenza e ai suoi “accidenti” con occhi di chi affronta queste situazioni come parte integrante della creazione che “è cosa molto buona”, come realtà che fanno parte di un gioco, di un gioco che però nonostante tutto porta a vincere. 
È questo il messaggio che ricevo ogni giorno dai “miei” piccoli che poi è lo stesso messaggio del bambino Gesù che ha fatto della sua fragilità nella Grotta di Betlemme una forza d’amore dalla croce nel Calvario."

Suor Donatella Lessio
Caritas Baby Hospital - Betlemme


domenica 1 dicembre 2013

Buon cammino verso Betlemme!



L'omelia di papa Francesco ai giovani universitari di Roma durante il tradizionale incontro per l'inizio dell'Avvento mi sembra un buon punto di inizio per questo cammino che ci avvicina al Natale: camminare nella fede, coerenti al Vangelo, ognuno nella propria specificità....come un poliedro!


"L’auspicio che san Paolo rivolge ai cristiani di Tessalonica, affinché Dio li santifichi fino alla perfezione, dimostra da una parte la sua preoccupazione per la loro santità di vita messa in pericolo, e dall’altra una grande fiducia nell’intervento del Signore. Questa preoccupazione dell’Apostolo è valida anche per noi, cristiani di oggi. La pienezza della vita cristiana che Dio compie negli uomini, infatti, è sempre insidiata dalla tentazione di cedere allo spirito mondano. Per questo Dio ci dona il suo aiuto mediante il quale possiamo perseverare e preservare i doni che lo Spirito Santo ci ha dato, la vita nuova nello Spirito che Egli ci dà. Custodendo questa “linfa” salutare della nostra vita, tutto il nostro essere, spirito, anima e corpo, si conserva irreprensibile e integerrimo. Ma perché Dio, dopo che ci ha elargito i suoi tesori spirituali, deve intervenire ancora per mantenerli integri? Questa è una domanda che dobbiamo farci. Perché noi siamo deboli, - noi tutti lo sappiamo - la nostra natura umana è fragile e i doni di Dio sono conservati in noi come in “vasi di creta” (cfr2 Cor 4,7).
L’intervento di Dio in favore della nostra perseveranza fino alla fine, fino all’incontro definitivo con Gesù, è espressione della sua fedeltà. E’ come un dialogo fra la nostra debolezza e la sua fedeltà. Lui è forte nella sua fedeltà. E Paolo dirà, in un’altra parte, che lui – lui, lo stesso Paolo - è forte nella sua debolezza. Perché? Perché è in dialogo con quella fedeltà di Dio. E questa fedeltà di Dio mai delude. Egli è fedele anzitutto a se stesso. Pertanto, l’opera che ha iniziato in ciascuno di noi, con la sua chiamata, la condurrà a compimento. Questo ci dà sicurezza e grande fiducia: una fiducia che poggia su Dio e richiede la nostra collaborazione attiva e coraggiosa, davanti alle sfide del momento presente. Voi sapete, cari giovani universitari, che non si può vivere senza guardare le sfide, senza rispondere alle sfide. Colui che non guarda le sfide, che non risponde alle sfide, non vive. La vostra volontà e le vostre capacità, unite alla potenza dello Spirito Santo che abita in ciascuno di voi dal giorno del Battesimo, vi consentono di essere non spettatori, ma protagonisti degli accadimenti contemporanei. Per favore, non guardare la vita dal balcone! Mischiatevi lì, dove ci sono le sfide, che vi chiedono aiuto per portare avanti la vita, lo sviluppo, la lotta per la dignità delle persone, la lotta contro la povertà, la lotta per i valori, e tante lotte che troviamo ogni giorno.
Sono diverse le sfide che voi giovani universitari siete chiamati ad affrontare con fortezza interiore e audacia evangelica. Fortezza e audacia. Il contesto socio-culturale nel quale siete inseriti a volte è appesantito dalla mediocrità e dalla noia. Non bisogna rassegnarsi alla monotonia del vivere quotidiano, ma coltivare progetti di ampio respiro, andare oltre l’ordinario: non lasciatevi rubare l’entusiasmo giovanile! Sarebbe uno sbaglio anche lasciarsi imprigionare dal pensiero debole e dal pensiero uniforme, quello che omologa, come pure da una globalizzazione intesa come omologazione. Per superare questi rischi, il modello da seguire non è la sfera. Il modello da seguire nella vera globalizzazione - che è buona – non è la sfera, in cui è livellata ogni sporgenza e scompare ogni differenza; il modello è invece il poliedro, che include una molteplicità di elementi e rispetta l’unità nella varietà. Nel difendere l’unità, difendiamo anche la diversità. Al contrario quella unità non sarebbe umana.
Il pensiero, infatti, è fecondo quando è espressione di una mente aperta, che discerne, sempre illuminata dalla verità, dal bene e dalla bellezza. Se non vi lascerete condizionare dall’opinione dominante, ma rimarrete fedeli ai principi etici e religiosi cristiani, troverete il coraggio di andare anche contro-corrente. Nel mondo globalizzato, potrete contribuire a salvare peculiarità e caratteristiche proprie, cercando però di non abbassare il livello etico. Infatti, la pluralità di pensiero e di individualità riflette la multiforme sapienza di Dio quando si accosta alla verità con onestà e rigore intellettuale, quando si accosta alla bontà, quando si accosta alla bellezza, così che ognuno può essere un dono a beneficio di tutti.
L’impegno di camminare nella fede e di comportarvi in maniera coerente col Vangelo vi accompagni in questo tempo di Avvento, per vivere in modo autentico la commemorazione del Natale del Signore. Vi può essere di aiuto la bella testimonianza del beato Pier Giorgio Frassati, il quale diceva – universitario come voi - diceva:  «Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la verità, non è vivere ma vivacchiare. Noi non dobbiamo mai vivacchiare, ma vivere» (Lettera a I. Bonini, 27.II.1925).
Grazie, e buon cammino verso Betlemme!"

Basilica Vaticana - I Domenica di Avvento - Sabato, 30 novembre 2013