giovedì 31 dicembre 2015

Carità e pace per vincere l'indifferenza



 

“La carità, figlie, è il vostro distintivo.
Essa è il felice tronco che produce infiniti rami di virtù.
Arido che diventi il tronco,
si seccano a poco a poco tutti i suoi frutti
e la pianta muore.
E prima di tutto questa rara virtù genera unione e pace.
 
Vi voglio fonti di pace.”
 (dalle “Istruzioni” della beata Elisabetta Vendramini)

Carissimi Giovani,

alle soglie del nuovo anno, lasciamo che il nostro cuore accolga nuovi semi di amore e pace, misericordia e giustizia, per vincere l’indifferenza, responsabile delle ingiustizie, degli squilibri sociali, dei conflitti e delle violenze, cui ci richiama anche papa Francesco nel suo Messaggio per la XLIX Giornata Mondiale della Pace .

La pace è un frutto dello Spirito Santo: invochiamone il dono da Gesù, Principe della Pace, che percorre la nostra storia, personale e collettiva,  e la riempie del suo Spirito.

Accogliamo la pace che ci viene dal Signore, lasciamocene riempire per riversarla su quanti ci sono vicini.

E per tutti il 2016 sia un anno fecondo di frutti di solidarietà e compassione, di comunione e fraternità.
Un anno in cui scoprire dove e come il Signore ci chiama a essere fonti, strumenti della Sua pace.
Buon anno… buon cammino!
suor Ilaria

Te Deum laudamus


Alla fine di questo anno, il Signore ci doni la Grazia di avere occhi capaci di riconoscere la sua presenza, occhi luminosi capaci di guardare oltre e di vedere i piccoli semi di speranza che crescono, il bene che circola, l'azione non sempre eclatante di Dio nella storia! 

Ti lodiamo Dio per quanto compi nelle nostre vite! E facciamo nostra l'invocazione del Te Deum, magnifico inno della Chiesa, sia sempre con noi la tua misericordia, in te abbiamo sperato! 

Buon anno!

sr Anna


Noi ti lodiamo, Dio * 
ti proclamiamo  Signore. 
O eterno Padre, * 
tutta la terra ti adora. 
  
A te cantano gli angeli * 
e tutte le potenze dei cieli: 
Santo, Santo, Santo * 
il Signore Dio dell'universo. 
  
I cieli e la terra * 
sono pieni della tua gloria. 
Ti acclama il coro degli apostoli * 
e la candida schiera dei martiri; 
  
le voci dei profeti si uniscono nella tua lode; * 
la santa Chiesa proclama la tua gloria, 
adora il tuo unico figlio, * 
e lo Spirito Santo Paraclito. 
  
O Cristo, re della gloria, * 
eterno Figlio del Padre, 
tu nascesti dalla Vergine Madre * 
per la salvezza dell'uomo. 
  
Vincitore della morte, * 
hai aperto ai credenti il regno dei cieli. 
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre. * 
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi. 
  
Soccorri i tuoi figli, Signore, * 
che hai redento col tuo sangue prezioso. 
Accoglici nella tua gloria * 
nell'assemblea dei santi. 
  
Salva il tuo popolo, Signore, * 
guida e proteggi i tuoi figli. 
Ogni giorno ti benediciamo, * 
lodiamo il tuo nome per sempre. 
  
Degnati oggi, Signore, * 
di custodirci senza peccato. 
Sia sempre con noi la tua misericordia: * 
in te abbiamo sperato. 
  
Pietà di noi, Signore, * 
pietà di noi. 
Tu sei la nostra speranza, * 
non saremo confusi in eterno.

giovedì 24 dicembre 2015

Il Signore ha mandato la sua misericordia

Greccio - Sieger Koeder 
“Esultate in Dio nostro aiuto,
elevate il vostro canto di giubilo al Signore Dio, vivo e vero con voce di esultanza.
Poiché il santissimo Padre celeste, nostro Re dall’eternità, ha mandato dall’alto il suo Figlio diletto ed egli è nato dalla beata Vergine santa Maria.
In quel giorno il Signore ha mandato la sua misericordia,
nella notte si è udito il suo cantico.
Questo è il giorno fatto dal Signore: esultiamo e rallegriamoci in esso,
poiché il santissimo bambino diletto ci è stato donato”

(san Francesco, Vespro di Natale – FF 303)


Carissimi Giovani,

facciamo nostro l’invito di san Francesco a esultare e lodare il Signore, che ha posto la Sua dimora nella nostra storia umana, abitandone anche i recessi più oscuri e dolorosi, perché possiamo incontrarLo e fare esperienza della Sua misericordia.

Sì, viviamo nella gioiosa certezza che “si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini(Tt 3,4) e, celebrando il Natale, contempliamo la scena di un Dio che si è fatto piccolo e indifeso, per essere accolto dalle nostre mani, nelle nostre vite, nella storia umana.
Un Dio che facendosi piccolo, umile e povero, si espone anche al rifiuto, in quella vulnerabilità dell’amore, che non può non rispettare la libertà. La libertà della nostra risposta.

Anche a me, a te, ad ogni fratello e sorella oggi il Signore chiede la disponibilità ad accogliere questo Dono, a riconoscerLo nel prossimo, anche quello più povero, umiliato e indifeso, per permetterGli di incarnarsi nei nostri gesti, parole, pensieri e atteggiamenti.

Alimentiamo il desiderio di questo Dono e sia questo il Natale che ci rende lieti nel Signore!


Sarà davvero un … BUON NATALE!
sr Ilaria, sr Barbara e sr Anna

mercoledì 23 dicembre 2015

Cosa vuoi che io faccia, o Signore?

«Cosa vuoi che io faccia, o Signore?»

E infatti un'altra notte, mentre dorme, sente di nuovo una voce, che gli chiede premurosa dove intenda recarsi. Francesco espone il suo proposito, e dice di volersi recare in Puglia per combattere. Ma la voce insiste e gli domanda chi ritiene possa essergli più utile, il servo o il padrone. «Il padrone», risponde Francesco. «E allora - riprende la voce - perché cerchi il servo in luogo del padrone? ». E Francesco: «Cosa vuoi che io faccia, o Signore?». « Ritorna - gli risponde il Signore - alla tua terra natale, perché per opera mia si adempirà spiritualmente la tua visione». 
(2 Celano II, FF 587).

«Cosa vuoi che io faccia, o Signore?»

Questa domanda che il giovane Francesco rivolse al Signore durante una notte faticosa e agitata, rivela il suo desiderio di conoscere quale fosse il progetto che Dio stava sognando per lui e con lui.
Questa domanda abita il cuore di molti giovani, donne e uomini che si chiedono come e dove vivere la chiamata all'amore che Dio rivolge ad ogni persona.
Francesco, una volta presa consapevolezza che Dio lo stava cercando, si mise in ascolto della sua Parola, della sua Voce e decise di cercare la risposta.

Anche Elisabetta Vendramini, la nostra fondatrice, si è chiesta dove il Signore la stesse chiamando e dopo una lunga ricerca approdò a Padova, dove ebbe la possibilità di seguire il Signore, servendo i poveri e divenendo per ogni persona strumento di misericordia. (www.elisabettine.info)
  
 «Cosa vuoi che io faccia, o Signore?»

Cara giovane, se anche tu ti poni questa domanda, se senti che il Signore ti sta chiamando a stare con Lui, a seguirlo donando la vita a Lui e alle sorelle e ai fratelli, se ti interessa conoscere meglio la Congregazione delle suore francescane elisabettine, ti proponiamo un percorso di discernimento vocazionale.


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Cinque appuntamenti per pregare, riflettere, confrontarsi con altre giovani in un clima semplice e fraterno.

Le date degli incontri sono queste:

5-6 gennaio 2016
29-30 gennaio 2016
27-28 febbraio 2016
8-9 aprile 2016
28-29 maggio 2016.

Gli incontri si svolgono presso la Casa Madre delle suore francescane elisabettine in Via Beato Pellegrino, 40 a Padova.

Se sei interessata, vuoi ricevere informazioni o chiarimenti puoi contattare

suor Barbara Danesi          barbara.danesi@elisabettine.it
suor Paola Cover               paola.cover@alice.it


lunedì 21 dicembre 2015

#stupore del sì

Visitazione di Maria a sua cugina Elisabetta...."beata tu che hai creduto"!

Care ragazze e cari ragazzi,

nelle tappe della formazione alla vita consacrata a Dio c'è anche lo juniorato, tempo che va dalla prima professione a quella perpetua per sempre: è un tempo caratterizzato dalla totalità del dono ma anche dalla temporaneità...mi spiego meglio!
Sabato ho sperimentato nuovamente la grazia che viene dal rinnovare il mio sì al Signore, per un altro anno, nuova tappa del cammino che a Dio piacendo mi porterà alla professione perpetua.
E' stato una celebrazione semplice ma carica della grazia di Dio e mi piace condividere con voi una parte dell'invocazione che il celebrante dice prima della rinnovazione, che dice con parole di uomini quanta grazia Dio effonde su di noi suoi figli:
"Padre Santo, che per la pienezza della tua misericordia hai posto la tua divina compiacenza su questa tua diletta figlia, custodiscila nel tuo nome e donale la pace che realizza, la gioia che illumina, la bontà che trasforma, la fedeltà che non devia."

Questi giorni ci sta accompagnando la figura di Maria, che accoglie il desiderio di Dio nella sua vita e che porta la sua gioia e il suo stupore anche alla cugina Elisabetta; pregate per me come dice papa Francesco, perché anch'io con la mia vita testimoni la gioia di essere stata chiamata da Dio e di avergli risposto, non senza stupore! per l'immensità del dono che ho ricevuto!

A presto! sr Anna

venerdì 18 dicembre 2015

L'attesa....

particolare della Colonna dell'Immacolata, vicino a piazza di Spagna - Roma
...tra dubbio e consegna alla promessa

Care ragazze e cari ragazzi,
in questo scorcio di Avvento, ci fa compagnia san Giuseppe e in particolare l’annunciazione di cui è stato protagonista. Generalmente è più facile sentir parlare di annunciazione a Maria, ma il vangelo di Matteo (Mt 1, 18-24) che risuona nell’odierna liturgia ci presenta un’altra annunciazione. E così abbiamo due annunci di nascita che vengono felicemente sintetizzati in un unico rilievo, posto alla base della Colonna dell’Immacolata, vicino a piazza di Spagna (Rom).
Mi piace questo Giuseppe, compagno nel cammino che vivo ogni giorno, in ogni tappa della mia vita e della mia ricerca, passando dal dubbio alla consegna fiduciosa, a quella promessa di pienezza che intuisco essere la più bella, la più autentica per la mia vita!
Mi piace questo Giuseppe che entra nella storia di Gesù ricevendolo in dono come figlio e diventa così icona che tratteggia come ciascuno di noi è chiamato ad aprirsi a Dio, che c’è già… si dona a noi: noi non dobbiamo generare Gesù (Giuseppe non l’ha generato), ma semplicemente… accoglierlo.
Mi piace questo Giuseppe che appare tanto fragile e dubbioso nel dramma interiore che vive rispetto alla gravidanza inattesa di Maria, ma tanto grande nella capacità di lasciarsi stravolgere la vita dall’intervento dello Spirito, mediato dall’angelo.
La liturgia siro-occidentale dedica alcune parole molto belle alla manifestazione a Giuseppe, soffermandosi sul mistero del dubbio e della fede dello sposo di Maria. Eccole: “E Giuseppe fu colto da meraviglia e perplessità vedendo il concepimento manifesto e allo stesso tempo la verginità. Ma il mistero gli rimane nascosto e il dubbio lo assale. Tu però Signore hai mandato dal cielo il capo delle schiere celesti per illuminare l’angoscia del giusto”.
Mi piace il sognare di Giuseppe, che viene così coinvolto nel sogno di Dio: l’attesa di Giuseppe è quella di capire, comprendere cosa deve fare, come comportarsi, ma è intrisa della fiducia, grazie alla quale aderire e consegnarsi. Solo così l’obbedienza di Giuseppe è disponibilità a riconoscere che ciò che era atteso si va realizzando in modo imprevisto e… gratuito! E, come Maria, si fa anche lui grembo che accoglie il dono di Dio.
Anche lui, con l’intelligenza della fede, comprende quello che di per sé non era chiaro e si fida totalmente di Dio. All’iniziativa irrompente di Dio corrisponde l’adesione responsabile e libera di Giuseppe: obbedisce e fa anche se è un’azione che gli appare in contraddizione con i suoi pensieri.
Mi piace questo Giuseppe la cui giustizia si coniuga con una “conversione” dal momento che esce dalla logica umana e dai suoi comprensibili diritti per abbandonarsi, consegnarsi all’imprevedibilità del diritto dello Spirito. Accetta la novità del progetto di Dio e con semplicità risponde con la sua vita. La giustizia di Giuseppe risiede nella disponibilità a compiere fedelmente e integralmente la volontà divina, per cui, obbediente alla Parola di Dio, consegna la propria vita a un progetto che lo trascende, accettando di prendere con sé Maria.

Sento che attraverso questo Giuseppe, oggi il Signore mi invita a dare un nome ai dubbi e alle paure che talvolta mi costringono nei miei piccoli progetti e attese, impedendomi di aprirmi all’accoglienza del dono gratuito che Dio mi fa.

Forse anche a te, che vivi tra il dubbio e il desiderio di consegnarti alla promessa, oggi il Signore ripete: “Non avere paura, non dubitare della mia fedeltà. Il dono è già stato fatto, non temere di prenderlo, di accoglierlo, di affidarti. Io realizzo i tuoi desideri con la mia promessa, ma la promessa viaggia sui miei sentieri”.

Continuiamo a camminare verso il Natale, certi di incontrare Dio che nella sua fedeltà mantiene le promesse, colma di gioia, prende per mano nel dubbio e consegna alla promessa.

sr Anna



Da chi, se non da Dio, poteva venire a Giuseppe, una parola,
che, pur rimanendo oscura, gli placava il cuore roso dal dubbio?
Da chi, se non da Dio, l’ordine di levarsi subito
e di prendere il fanciullo e la madre e fuggire in Egitto?
Ai sogni che suggeriscono obbedienze costose e fedeltà ancor più costose,
si può credere senza cessare d’essere ragionevoli.
Alle voci che non rispondono alle nostre inclinazioni e comodità,
ma queste e quelle atrocemente mortificano, si può credere illimitatamente,
perché qualcuno ci ha parlato, anche nel sogno.
Il Signore, che non vuole forzare la mano a nessuno con luci troppo forti e voci troppo distinte,
si serve di mezzi, ove la sua bontà lascia un sufficiente margine all’esercizio della nostra fedeltà.
E Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva comandato….”
“Egli dunque levatosi, prese di notte il fanciullo e sua madre e si ritirò in Egitto….”
“Ed egli, levatosi, prese il fanciullo e sua madre ed entrò nel paese d’Israele.”
Le grandi vocazioni richiedono le grandi fedeltà.

(Primo Mazzolari)

sabato 12 dicembre 2015

Miserando atque Eligendo

Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1600 ca) – Roma, Chiesa di san Luigi dei Francesi
Carissimi Giovani,
sono ancora vive nella memoria del cuore e nei nostri occhi le parole e le immagini con le quali papa Francesco a Bangui (29 novembre) e a Roma (8 dicembre) ha preso per mano ciascuno di noi, invitandoci non solo ad affacciarci alla porta del cuore del Signore, ma a varcare quella soglia per lasciarci abbracciare completamente dalla sua misericordia.
In questi giorni in cui con la Chiesa universale viviamo le prime battute del Giubileo della Misericordia (domenica 13 dicembre tutte le Diocesi nel mondo vivranno celebrazioni particolari con l’apertura delle Porte Sante), è bello riconsiderare le parole che papa Francesco ha scelto come motto e programma di vita una volta eletto Vescovo, riproducendole anche nello stemma pontificio.
L’espressione “miserando atque eligendo” è tratta dalle Omelie di san Beda il Venerabile che, commentando l’episodio evangelico della vocazione di San Matteo (cf Mt 9, 9-13), scrive: “Vidit ergo lesus publicanum et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi Sequere me” (Vide Gesù un pubblicano e siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi).
È come se san Beda – e con lui il Papa – volessero ricordare a ciascuno di noi come “l’azione misericordiosa del Signore perdona i nostri peccati e ci apre alla vita nuova che si concretizza nella chiamata alla sequela e alla missione. Ogni vocazione ha la sua origine nello sguardo compassionevole di Gesù(dal Messaggio di papa Francesco per la 53a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni).
È questa anche l’esperienza richiamata dalla beata Elisabetta Vendramini, che in una delle sue lettere alle suore scriveva: “Incontriamola [la misericordia], o figlia, perché noi abbiamo bisogno di essa, com'essa cerca noi e desidera trasformarci in essa”.

A tutti, buon anno della Misericordia, in cui fare viva esperienza di un amore prima ricevuto, accolto e vissuto, poi donato!
sr Anna

PS: vi rimando alla rubrica settimanale "Parole e gesti di misericordia" tenuta su TeleChiara dalla mia consorella sr Paola (primo video qui)

martedì 8 dicembre 2015

Maria Immacolata

Andrea della Robbia, Annunciazione (1475) – Santuario francescano di Chiusi di La Verna
Carissimi Giovani, 

con tutta la Chiesa oggi celebriamo la Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria in cui la liturgia della Parola ci dona il Vangelo dell’Annunciazione (Lc 1,26-38).

Questa estate nel Santuario di La Verna ho potuto contemplare insieme ad altre giovani consorelle il modo in cui Andrea della Robbia ha voluto rappresentare questo episodio della vita di Maria. Il frate che ci guidava ci ha detto che sembrava che l’artista con quell’opera avesse voluto fissare il momento in cui la Vergine sta pensando cosa rispondere all’annuncio dell’Angelo: tutto è fermo, sospeso… il Padre con gli angeli, la colomba dello Spirito, l’Arcangelo Gabriele sembrano colti nell’atteggiamento di chi attende una risposta. Anche Maria sembra ‘sospesa’: medita e conserva nel cuore il mistero di quella Parola, che continuerà a custodire e meditare lungo tutta la vita. È turbata, ma aperta a quell’evento straordinario che sconvolgerà l’ordinarietà della sua vita.
La Redenzione, per realizzarsi, ha avuto bisogno del sì di Maria… così come oggi ha bisogno del mio sì, del sì di ciascuno. Anche a noi forse capita di tenere ‘in sospeso’ decisioni, scelte, risposte. Grazie Signore della pazienza con cui attendi il mio SÌ!

A Maria Immacolata affidiamo la nostra ricerca e desiderio di accogliere nel grembo della nostra vita il Signore, affidiamo i nostri passi, i quotidiani sì, anche quelli che sono ‘sospesi’ nel nostro cuore.

A Lei, Madre di Misericordia, “nella cui vita tutto è stato plasmato dalla presenza della misericordia fatta carne” (papa Francesco, Misericordiae vultus) affidiamo anche il Giubileo della Misericordia che vede oggi l’apertura della Porta Santa nella Basilica di san Pietro a Roma.

Lo facciamo con le parole della beata Elisabetta Vendramini:

Maria, sei lo specchio di Dio:
madre, figlia, sposa,
custode e mediatrice dei tesori divini
e delizia della Trinità santissima.
Fa’ che ti contempli
nella mia ardente necessità
di conoscere Colui che,
mostrandomisi, sfugge,
e siimi tu specchio limpido
che ristora il mio vivo desiderio.
Maria, sei tu, dopo Dio,
tutto il mio bene.

Ogni Bene in Colui che ci ama!
sr Anna

sabato 5 dicembre 2015

Desidero il tuo volto!

Care ragazze e cari ragazzi,
ogni anno nel tempo di Avvento ci imbattiamo leggendo l'ufficio delle letture nel "Proslògion" di sant'Anselmo, e ogni anno il cuore vibra per la semplicità delle parole con cui questo vescovo parlava a Dio 1000 anni fa.
Quest'uomo ci dona parole meravigliose per dire tutto il suo desiderio, che è anche i nostro, di poter contemplare il volto di Dio, la sua Luce inaccessibile capace di ridestare cuori assopiti, di ridonare vigore....di amare noi creature che desideriamo vedere il volto di Dio.

Quanto mi piace questo Dio che si china sulle mie paure e sui miei sforzi, spesso vani, di voler fare tutto da sola! "Abbi pietà delle nostre fatiche, dei nostri sforzi verso di te: non valiamo nulla senza di te!"

Signore aiutaci a cercarti con sincerità in ogni momento e donaci la grazia di fare spazio a te nella nostra vita, nella semplicità della nostra vita quotidiana!

Buon cammino di Avvento

sr Anna

Dal «Proslògion» di sant'Anselmo, vescovo

    Orsù, misero mortale, fuggi via per breve tempo dalle tue occupazioni, lascia per un po' i tuoi pensieri tumultuosi. Allontana in questo momento i gravi affanni e metti da parte le tue faticose attività. Attendi un poco a Dio e riposa in lui.
    Entra nell'intimo della tua anima, escludi tutto tranne Dio e quello che ti aiuta a cercarlo, e, richiusa la porta, cercalo. O mio cuore, di' ora con tutto te stesso, di' ora a Dio: Cerco il tuo volto. «Il tuo volto, Signore, io cerco» (Sal 26, 8).
    Orsù dunque, Signore Dio mio, insegna al mio cuore dove e come cercarti, dove e come trovarti. Signore, se tu non sei qui, dove cercherò te assente? Se poi sei dappertutto, perché mai non ti vedo presente? Ma tu certo abiti in una luce inaccessibile. E dov'è la luce inaccessibile, o come mi accosterò a essa? Chi mi condurrà, chi mi guiderà a essa sì che in essa io possa vederti? Inoltre con quali segni, con quale volto ti cercherò? O Signore Dio mio, mai io ti vidi, non conosco il tuo volto.
    Che cosa farà, o altissimo Signore, questo esule, che è così distante da te, ma che a te appartiene? Che cosa farà il tuo servo tormentato dall'amore per te e gettato lontano dal tuo volto? Anela a vederti e il tuo volto gli è troppo discosto. Desidera avvicinarti e la tua abitazione è inaccessibile. Brama trovarti e non conosce la tua dimora. Si impegna a cercarti e non conosce il tuo volto.
    Signore, tu sei il mio Dio, tu sei il mio Signore e io non ti ho mai visto. Tu mi hai creato e ricreato, mi hai donato tutti i miei beni, e io ancora non ti conosco. Io sono stato creato per vederti e ancora non ho fatto ciò per cui sono stato creato.
    Ma tu, Signore, fino a quando ti dimenticherai di noi, fino a quando distoglierai da noi il tuo sguardo? Quando ci guarderai e ci esaudirai? Quando illuminerai i nostri occhi e ci mostrerai la tua faccia? Quando ti restituirai a noi?
    Guarda, Signore, esaudiscici, illuminaci, mostrati a noi. Ridònati a noi perché ne abbiamo bene: senza di te stiamo tanto male. Abbi pietà delle nostre fatiche, dei nostri sforzi verso di te: non valiamo nulla senza te.
    Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco: non posso cercarti se tu non mi insegni, né trovarti se non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti, che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti.

mercoledì 2 dicembre 2015

La missionarietà della Chiesa

"Vorrei dire una parola sui missionari. Uomini e donne che hanno lasciato la patria, tutto… Da giovani se ne sono andati là, conducendo una vita di tanto tanto lavoro, alle volte dormendo sulla terra. A un certo momento ho trovato a Bangui una suora, era italiana. Si vedeva che era anziana: “Quanti anni ha?”, ho chiesto. “81” – “Ma, non tanto, due più di me”. - Questa suora era là da quando aveva 23-24 anni: tutta la vita! E come lei, tante. Era con una bambina. E la bambina, in italiano, le diceva: “Nonna”. E la suora mi ha detto: “Ma io, proprio non sono di qua, del Paese vicino, del Congo; ma sono venuta in canoa, con questa bambina”. Così sono i missionari: coraggiosi. “E cosa fa lei, suora?” – “Ma, io sono infermiera e poi ho studiato un po’ qui e sono diventata ostetrica e ho fatto nascere 3.280 bambini”. Così mi ha detto. Tutta una vita per la vita, per la vita degli altri. E come questa suora, ce ne sono tante, tante: tante suore, tanti preti, tanti religiosi che bruciano la vita per annunciare Gesù Cristo. E’ bello, vedere questo. E’ bello.

Io vorrei dire una parola ai giovani. Ma, ce ne sono pochi, perché la natalità è un lusso, sembra, in Europa: natalità zero, natalità 1%. Ma mi rivolgo ai giovani: pensate cosa fate della vostra vita. Pensate a questa suora e a tante come lei, che hanno dato la vita e tante sono morte, là. La missionarietà, non è fare proselitismo: mi diceva questa suora che le donne mussulmane vanno da loro perché sanno che le suore sono infermiere brave che le curano bene, e non fanno la catechesi per convertirle! Rendono testimonianza; poi a chi vuole fanno la catechesi. Ma la testimonianza: questa è la grande missionarietà eroica della Chiesa. Annunciare Gesù Cristo con la propria vita! 

Io mi rivolgo ai giovani: pensa a cosa vuoi fare tu della tua vita. È il momento di pensare e chiedere al Signore che ti faccia sentire la sua volontà. Ma non escludere, per favore, questa possibilità di diventare missionario, per portare l’amore, l’umanità, la fede in altri Paesi. Non per fare proselitismo: no. Quello lo fanno quanti cercano un’altra cosa. La fede si predica prima con la testimonianza e poi con la parola. Lentamente." dall'udienza di papa Francesco di oggi 2 dicembre 2015

lunedì 30 novembre 2015

#Follower

In quel tempo, mentre camminava lungo il mare di Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: "Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini". Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. (Mt 4,18-22).


Ascolta…
C’è una voce che ti sta raggiungendo?
C’è un invito che risuona nel tuo cuore?
Ci sono risposte che sono decisive, nella vita.
Come la risposta alla chiamata di Gesù.
Pietro e Andrea, come tante donne e uomini nella storia, hanno detto il loro sì.
"Ed essi subito, lasciate le reti lo seguirono".

E tu?

sabato 28 novembre 2015

L'Avvento che vorrei

Care ragazze e cari ragazzi, pace a voi!

Eccoci all’inizio di un nuovo anno liturgico che si apre con un particolare tempo di Grazia, l’Avvento.
Due sono i termini che tradizionalmente si associano a questo Tempo: venuta e attesa. Attesa non significa solo aspettare, ma, come ci ricorda l’etimologia ad-tendere, richiama atteggiamenti modellati dall’attenzione vigile, dal desiderio che porta a tendere e spingersi oltre: sensi, mente e cuore non sono in attesa della venuta storica di Gesù, ma protesi alla venuta gloriosa di Cristo alla fine dei tempi, e ancor prima a cogliere le quotidiane venute con cui il Signore visita la storia personale di ciascuno.

Ce lo ricorda anche Luca, il cantore della Misericordia di Dio che ci accompagnerà con il suo vangelo lungo questo anno liturgico, quando ci invita a risollevarci e alzare il capo perché la nostra salvezza è vicina e a non lasciare che il nostro cuore si appesantisca nelle dissipazioni e negli affanni della vita (cf Lc 21, 28. 34). Intemperanze e preoccupazioni che possono distoglierci dal senso profondo di questa attesa.

Il Signore viene nel momento presente…sempre… per noi. È un Dio che cerca il suo popolo perché si fidi della misericordia che Egli dona. La nostra attesa del Signore, del compimento della Sua promessa, si intreccia allora con l’attesa fedele, paziente e innamorata con la quale Lui ci attende.
In questa dinamica di ricerca/attesa, lasciamoci provocare dalle parole di papa Francesco:
“Guarda nel profondo del tuo cuore, guarda nell’intimo di te stesso, e domandati: hai un cuore che desidera qualcosa di grande o un cuore addormentato dalle cose? Il tuo cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o l’hai lasciato soffocare dalle cose, che finiscono per atrofizzarlo? Dio ti attende, ti cerca: che cosa rispondi? Credi che Dio ti attende?” (Omelia per l’inizio del Capitolo Generale dell’ordine di san’Agostino – Roma, 28 agosto 2013).


Buon cammino di Avvento, in cui ascoltare l’attesa più profonda e autentica che abita il nostro cuore e gustare il quotidiano cercarci e farsi incontro del Signore!
sr Anna

giovedì 19 novembre 2015

Dominus flevit....Gesù pianse


Care ragazze, un amico mi ha parlato oggi di questa chiesetta sul monte degli Ulivi, nella quale si ricorda il pianto amaro di Gesù sulla città di Gerusalemme che lo stava accogliendo sollevando palme al cielo ma con il cuore chiuso a quanto Lui stava dicendo loro, al riconoscerlo realmente come Dio....e tu che stai leggendo questo post, riconosci che Gesù è il Signore della tua vita? Che Lui può anche chiederti di donargli tutta la tua esistenza? o il tuo cuore è pieno di qualsiasi altra cosa? Il Signore ci chiama a seguirlo! 
Ogni Bene in Lui
sr Anna (anna.pontarin@gmail.com)


La chiesa del Dominus Flevit (il Signore pianse) è una chiesa di Gerusalemme, posta sul monte degli Ulivi, appartenente alla Custodia di Terra Santa.
La chiesa fu costruita dall’architetto Antonio Barluzzi nel 1955 sui resti di una chiesa bizantina di cui si conservano alcuni mosaici sul pavimento della chiesa attuale, risalenti al VII secolo. Un’iscrizione dello stesso periodo attesta l’esistenza sul luogo di un piccolo monastero oltre ad una cappella, dedicati alla profetessa Anna, di cui parla il vangelo dell’infanzia di Luca (2,36-38).
La denominazione della chiesa ricorda il pianto di Gesù davanti alla città di Gerusalemme, come ricorda ancora l’evangelista Luca (19,42-44): la tradizione di legare a questo luogo l’episodio evangelico risale al XVI secolo. L’interno della chiesa è dominato dalla grande finestra posta sopra l’altare maggiore, da cui si può ammirare un notevole panorama sulla città.
Scavi condotti dai Francescani negli anni cinquanta hanno portato alla luce resti di un’antica necropoli risalente all’epoca romana e bizantina, con una serie di tombe con sarcofagi e ossari; di questi alcuni hanno evidenti segni cristiani e risalgono alla prima comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme. (Fonte Wikipedia)

¡Soy una mujer consagrada con mucha suerte!

Ecco un'altra testimonianza, suor Cristina, che ora vive a Pablo Podestà (Buenos Aires)

Che cosa ti ha portato in terra di missione, l'hai chiesto tu o hai ricevuto un'obbedienza?
Quando ho dato  il mio “Si” (non solo ho “detto” il mio sì, il dare esprime una consegna concreta) alla consacrazione religiosa e alla famiglia elisabetina, questo includeva la mia disponibilità piena  a servire in tutta quella porzione del Regno che il Signore aveva affidato alle elisabettine, per tanto per me non aveva senso “chiedere” di andare in missione...se  la “casa” elisabettina si estende  in   America Latina, in Africa, in Italia, etc...a tutto questo io davo la mia disponibilità...La missione prima di essere un luogo fisico è una attitudine del cuore!

Qual è il tuo servizio?
Servire...puo sembrare un gioco di parole, ma non lo è! Quando ho ricevuto l’obbedienza per l’Argentina avevo chiesto con un certo slancio “cosa vado a fare?”  In quel tempo era madre generale sr Margherita Prado, e lei mi rispose con semplicità “la suora elisabettina!”; in un primo momento la risposta mi disorientò, oggi a distanza di tempo mi pare di iniziare a capire...in Argentina c’è un detto che dice: ”quien no vive para servir no sirve para vivir” mi pare chiaro anche senza traduzione.

Cos’è per te essere suora elisabettina in missione?
Mi domando: c’è forse qualche suora elisabettina che non è in missione? Mi pare limitante pensare che la missionarietà sia data da un luogo fisico, preferisco pensarla come una attitudine del cuore, dello spirito...una donna che si fa elisabettina dovrebbe esprimere la sua passione per Dio e per i fratelli in ogni parte del mondo, anche se convengo che vi possono essere “luoghi preferenziali” dove la povertà concreta materiale e morale richieda un “plus”...
Chi vive l’esperienza di missione in un paese straniero non è migliore di chi resta, anzi  ha dei  “plus”  ai quali rispondere come per esempio: essere ponte tra le chiese, accogliere l’esperienza di essere una “extracomunitaria”, imparare a tacere prima di parlare  o di giudicare, spogliarsi dalla presunzione di essere  “la salvatrice” solo perché proviene da quello che alcuni definisco il primo mondo...credo che il plus più  complesso sia quello di ricordarsi della centralità del Vangelo motivo e fine del nostro  andare.

A distanza di tempo che cosa ti ha dato la missione? In che cosa ti ha cambiato?
Facendo un po’ i conti sono quasi 15 anni che vivo in terra Argentina, ciò che l’esperienza missionaria mi ha dato è ...una “casa” più grande, con più fratelli,...non so se è questione di essere cambiata in questi anni, sicuramente arricchita da un processo lento, faticoso della bellezza della diversità che mi ha aiutato ad andare all’essenziale delle cose ...l’incontro con un’altra cultura aiuta a capire chi veramente sei per poter incontrare l’altro, mette a nudo più rapidamente le tue rigidità, le tue manie...ma allo stesso tempo ti dona una spinta verso il cammino di liberazione, che dice di cercare ciò che unisce più di ciò che divide...la missione mi ha mostrato che ¡soy una mujer consagrada con mucha suerte! (ndr. sono una donna consacrata molto fortunata!)

martedì 17 novembre 2015

Rinnovazione dei voti

Simone Martini, Santa Chiara e Santa Elisabetta
(Cappella di san Martino – Basilica Inferiore S. Francesco, Assisi)
Oggi, festa di santa Elisabetta d’Ungheria, è un giorno speciale per ogni suora elisabettina, perché secondo la tradizione della nostra Famiglia religiosa, ciascuna è chiamata a rinnovare i propri voti di obbedienza, povertà e castità, cioè a celebrare la fedeltà del Signore nella propria storia e vocazione, per rinnovare la propria appartenenza al Signore, l’impegno ad amarLo nel servizio dei più poveri, a vivere il Vangelo in fraternità ed essere per tutti un segno trasparente della misericordia del Padre.

Mi fa bene pensare che rinnovare i miei voti sia fare in qualche modo l’esperienza narrata a proposito di santa Elisabetta, che alla fine di un’esperienza mistica esclamò: “Come tu Signore vuoi essere con me, così anch’io voglio essere con te e non voglio separarmi mai da te” (dai Detti delle quattro ancelle).
Rinnovare i voti, allora, è scoprire che il mio desiderio di amare, lodare e servire il Signore come elisabettina, di rimanere con Lui, per quanto custodito in un cuore spesso ostaggio della fragilità umana, è anticipato dal desiderio di stare con me che il Signore delle Misericordie rinnova ogni giorno, guardando al mio cuore e alla mia vita.

Ed è quanto fa con ciascuna mia sorella … con ogni Sua creatura! suor Ilaria

Santa Elisabetta d'Ungheria.....festa!

Cari Giovani,
oggi ricorre la festa di santa Elisabetta d’Ungheria, patrona del Terz’Ordine Francescano.
Da questa grande santa del XIII secolo noi prendiamo il nostro nome: eh sì, ci chiamiamo ELISABETTINE da lei e non dalla nostra fondatrice, Elisabetta Vendramini, che però al momento di pensare a una nuova fondazione religiosa “volle costruire per Gesù una casa di TERZIARIE”… cioè noi!
Prendere il nome è un po’ prendere anche l’identità di questa donna, amante di Dio e dei poveri, creativa nella carità, fedele, coraggiosa, capace di essere sempre tra la gente… per la gente.
Contempliamo questa figura di Santa: il cuore della creatura, entrato nel cuore divino, batte secondo la sua misura e il suo ritmo, così da poter dire con un titolo caro alla memoria elisabettina: IL CUORE DELL’UOMO È IL CUORE DI DIO.
Ma chi era Elisabetta d’Ungheria? Scopriamolo dal profilo biografico e spirituale tratteggiato da Benedetto XVI durante la catechesi proposta nell’udienza generale del 20 ottobre 2010.
Nacque nel 1207, in Ungheria [….]. Amava il gioco, la musica e la danza; recitava con fedeltà le sue preghiere e mostrava già particolare attenzione verso i poveri, che aiutava con una buona parola o con un gesto affettuoso.
La sua fanciullezza felice fu bruscamente interrotta quando, dalla lontana Turingia, giunsero dei cavalieri per portarla nella sua nuova sede in Germania centrale. Secondo i costumi di quel tempo, infatti, suo padre aveva stabilito che Elisabetta diventasse principessa di Turingia, sposando Ludovico, futuro langravio. […] Nonostante il fatto che il fidanzamento fosse stato deciso per motivi politici, tra i due giovani nacque un amore sincero, animato dalla fede e dal desiderio di compiere la volontà di Dio.
All’età di 18 anni, Ludovico, dopo la morte del padre, iniziò a regnare sulla Turingia. Elisabetta divenne però oggetto di sommesse critiche, perché il suo modo di comportarsi non corrispondeva alla vita di corte. Così anche la celebrazione del matrimonio non fu sfarzosa e le spese per il banchetto furono in parte devolute ai poveri.
Nella sua profonda sensibilità Elisabetta vedeva le contraddizioni tra la fede professata e la pratica cristiana. Non sopportava i compromessi. Una volta, entrando in chiesa nella festa dell’Assunzione, si tolse la corona, la depose dinanzi alla croce e rimase prostrata al suolo con il viso coperto. Quando la suocera la rimproverò per quel gesto, ella rispose: "Come posso io, creatura miserabile, continuare ad indossare una corona di dignità terrena, quando vedo il mio Re Gesù Cristo coronato di spine?". Come si comportava davanti a Dio, allo stesso modo si comportava verso i sudditi. Tra i Detti delle quattro ancelle troviamo questa testimonianza: "Non consumava cibi se prima non era sicura che provenissero dalle proprietà e dai legittimi beni del marito. Mentre si asteneva dai beni procurati illecitamente, si adoperava anche per dare risarcimento a coloro che avevano subito violenza". Un vero esempio per tutti coloro che ricoprono ruoli di guida: l’esercizio dell’autorità, ad ogni livello, dev’essere vissuto come servizio alla giustizia e alla carità, nella costante ricerca del bene comune.
Elisabetta praticava assiduamente le opere di misericordia: dava da bere e da mangiare a chi bussava alla sua porta, procurava vestiti, pagava i debiti, si prendeva cura degli infermi e seppelliva i morti. Scendendo dal suo castello, si recava spesso con le sue ancelle nelle case dei poveri, portando pane, carne, farina e altri alimenti. Consegnava i cibi personalmente e controllava con attenzione gli abiti e i giacigli dei poveri. Questo comportamento fu riferito al marito, il quale non solo non ne fu dispiaciuto, ma rispose agli accusatori: "Fin quando non mi vende il castello, ne sono contento!". In questo contesto si colloca il miracolo del pane trasformato in rose: mentre Elisabetta andava per la strada con il suo grembiule pieno di pane per i poveri, incontrò il marito che le chiese cosa stesse portando. Lei aprì il grembiule e, invece del pane, comparvero magnifiche rose. Questo simbolo di carità è presente molte volte nelle raffigurazioni di santa Elisabetta.
Il suo fu un matrimonio profondamente felice: Elisabetta aiutava il coniuge ad elevare le sue qualità umane a livello soprannaturale, ed egli, in cambio, proteggeva la moglie nella sua generosità verso i poveri e nelle sue pratiche religiose. Sempre più ammirato per la grande fede della sposa, Ludovico, riferendosi alla sua attenzione verso i poveri, le disse: "Cara Elisabetta, è Cristo che hai lavato, cibato e di cui ti sei presa cura". Una chiara testimonianza di come la fede e l’amore verso Dio e verso il prossimo rafforzino la vita familiare e rendano ancora più profonda l’unione matrimoniale.
La giovane coppia trovò appoggio spirituale nei Frati Minori, che, dal 1222, si diffusero in Turingia. […]
Una dura prova fu l’addio al marito, a fine giugno del 1227 quando Ludovico IV si associò alla crociata dell’imperatore Federico II, ricordando alla sposa che quella era una tradizione per i sovrani di Turingia. Elisabetta rispose: "Non ti tratterrò. Ho dato tutta me stessa a Dio ed ora devo dare anche te". La febbre, però, decimò le truppe e Ludovico stesso cadde malato e morì ad Otranto, prima di imbarcarsi, nel settembre 1227, all’età di ventisette anni.
Elisabetta, appresa la notizia, ne fu così addolorata che si ritirò in solitudine, ma poi, fortificata dalla preghiera e consolata dalla speranza di rivederlo in Cielo, ricominciò ad interessarsi degli affari del regno. La attendeva, tuttavia, un’altra prova: suo cognato usurpò il governo della Turingia […]. La giovane vedova, con i tre figli, fu cacciata dal castello di Wartburg e si mise alla ricerca di un luogo dove rifugiarsi. Solo due delle sue ancelle le rimasero vicino, la accompagnarono e affidarono i tre bambini alle cure degli amici di Ludovico. Peregrinando per i villaggi, Elisabetta lavorava dove veniva accolta, assisteva i malati, filava e cuciva. Durante questo calvario sopportato con grande fede, con pazienza e dedizione a Dio, alcuni parenti, che le erano rimasti fedeli e consideravano illegittimo il governo del cognato, riabilitarono il suo nome.
Così Elisabetta, all’inizio del 1228, poté ricevere un reddito appropriato per ritirarsi nel castello di famiglia a Marburgo, dove abitava anche il suo direttore spirituale Fra’ Corrado. Fu lui a riferire al Papa Gregorio IX il seguente fatto: "Il venerdì santo del 1228, poste le mani sull’altare nella cappella della sua città Eisenach, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni frati e familiari, Elisabetta rinunziò alla propria volontà e a tutte le vanità del mondo. Ella voleva rinunziare anche a tutti i possedimenti, ma io la dissuasi per amore dei poveri. Poco dopo costruì un ospedale, raccolse malati e invalidi e servì alla propria mensa i più miserabili e i più derelitti. Avendola io rimproverata su queste cose, Elisabetta rispose che dai poveri riceveva una speciale grazia ed umiltà”.
Possiamo scorgere in quest’affermazione una certa esperienza mistica simile a quella vissuta da san Francesco: il Poverello di Assisi dichiarò, infatti, nel suo testamento, che, servendo i lebbrosi, quello che prima gli era amaro fu tramutato in dolcezza dell’anima e del corpo. Elisabetta trascorse gli ultimi tre anni nell’ospedale da lei fondato, servendo i malati, vegliando con i moribondi. Cercava sempre di svolgere i servizi più umili e lavori ripugnanti. Ella divenne quella che potremmo chiamare una donna consacrata in mezzo al mondo (soror in saeculo) e formò, con altre sue amiche, vestite in abiti grigi, una comunità religiosa. Non a caso è patrona del Terzo Ordine Regolare di San Francesco e dell’Ordine Francescano Secolare.
Nel novembre del 1231 fu colpita da forti febbri. Quando la notizia della sua malattia si propagò, moltissima gente accorse a vederla. Dopo una decina di giorni, chiese che le porte fossero chiuse, per rimanere da sola con Dio. Nella notte del 17 novembre si addormentò dolcemente nel Signore. Le testimonianze sulla sua santità furono tante e tali che, solo quattro anni più tardi, il Papa Gregorio IX la proclamò Santa.

Cari amici, facciamo nostro l’invito di Benedetto XVI che indica in santa Elisabetta un esempio di come la fede, l'amicizia con Cristo creino il senso della giustizia, dell'uguaglianza di tutti, dei diritti degli altri e creino l'amore, la carità. E da questa carità nasce anche la speranza, la certezza che siamo amati da Cristo e che l'amore di Cristo ci aspetta e così ci rende capaci di imitare Cristo e di vedere Cristo negli altri.
Sia questa speranza ad animare anche i nostri passi. Buon cammino! suor Ilaria