lunedì 30 novembre 2015

#Follower

In quel tempo, mentre camminava lungo il mare di Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: "Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini". Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. (Mt 4,18-22).


Ascolta…
C’è una voce che ti sta raggiungendo?
C’è un invito che risuona nel tuo cuore?
Ci sono risposte che sono decisive, nella vita.
Come la risposta alla chiamata di Gesù.
Pietro e Andrea, come tante donne e uomini nella storia, hanno detto il loro sì.
"Ed essi subito, lasciate le reti lo seguirono".

E tu?

sabato 28 novembre 2015

L'Avvento che vorrei

Care ragazze e cari ragazzi, pace a voi!

Eccoci all’inizio di un nuovo anno liturgico che si apre con un particolare tempo di Grazia, l’Avvento.
Due sono i termini che tradizionalmente si associano a questo Tempo: venuta e attesa. Attesa non significa solo aspettare, ma, come ci ricorda l’etimologia ad-tendere, richiama atteggiamenti modellati dall’attenzione vigile, dal desiderio che porta a tendere e spingersi oltre: sensi, mente e cuore non sono in attesa della venuta storica di Gesù, ma protesi alla venuta gloriosa di Cristo alla fine dei tempi, e ancor prima a cogliere le quotidiane venute con cui il Signore visita la storia personale di ciascuno.

Ce lo ricorda anche Luca, il cantore della Misericordia di Dio che ci accompagnerà con il suo vangelo lungo questo anno liturgico, quando ci invita a risollevarci e alzare il capo perché la nostra salvezza è vicina e a non lasciare che il nostro cuore si appesantisca nelle dissipazioni e negli affanni della vita (cf Lc 21, 28. 34). Intemperanze e preoccupazioni che possono distoglierci dal senso profondo di questa attesa.

Il Signore viene nel momento presente…sempre… per noi. È un Dio che cerca il suo popolo perché si fidi della misericordia che Egli dona. La nostra attesa del Signore, del compimento della Sua promessa, si intreccia allora con l’attesa fedele, paziente e innamorata con la quale Lui ci attende.
In questa dinamica di ricerca/attesa, lasciamoci provocare dalle parole di papa Francesco:
“Guarda nel profondo del tuo cuore, guarda nell’intimo di te stesso, e domandati: hai un cuore che desidera qualcosa di grande o un cuore addormentato dalle cose? Il tuo cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o l’hai lasciato soffocare dalle cose, che finiscono per atrofizzarlo? Dio ti attende, ti cerca: che cosa rispondi? Credi che Dio ti attende?” (Omelia per l’inizio del Capitolo Generale dell’ordine di san’Agostino – Roma, 28 agosto 2013).


Buon cammino di Avvento, in cui ascoltare l’attesa più profonda e autentica che abita il nostro cuore e gustare il quotidiano cercarci e farsi incontro del Signore!
sr Anna

giovedì 19 novembre 2015

Dominus flevit....Gesù pianse


Care ragazze, un amico mi ha parlato oggi di questa chiesetta sul monte degli Ulivi, nella quale si ricorda il pianto amaro di Gesù sulla città di Gerusalemme che lo stava accogliendo sollevando palme al cielo ma con il cuore chiuso a quanto Lui stava dicendo loro, al riconoscerlo realmente come Dio....e tu che stai leggendo questo post, riconosci che Gesù è il Signore della tua vita? Che Lui può anche chiederti di donargli tutta la tua esistenza? o il tuo cuore è pieno di qualsiasi altra cosa? Il Signore ci chiama a seguirlo! 
Ogni Bene in Lui
sr Anna (anna.pontarin@gmail.com)


La chiesa del Dominus Flevit (il Signore pianse) è una chiesa di Gerusalemme, posta sul monte degli Ulivi, appartenente alla Custodia di Terra Santa.
La chiesa fu costruita dall’architetto Antonio Barluzzi nel 1955 sui resti di una chiesa bizantina di cui si conservano alcuni mosaici sul pavimento della chiesa attuale, risalenti al VII secolo. Un’iscrizione dello stesso periodo attesta l’esistenza sul luogo di un piccolo monastero oltre ad una cappella, dedicati alla profetessa Anna, di cui parla il vangelo dell’infanzia di Luca (2,36-38).
La denominazione della chiesa ricorda il pianto di Gesù davanti alla città di Gerusalemme, come ricorda ancora l’evangelista Luca (19,42-44): la tradizione di legare a questo luogo l’episodio evangelico risale al XVI secolo. L’interno della chiesa è dominato dalla grande finestra posta sopra l’altare maggiore, da cui si può ammirare un notevole panorama sulla città.
Scavi condotti dai Francescani negli anni cinquanta hanno portato alla luce resti di un’antica necropoli risalente all’epoca romana e bizantina, con una serie di tombe con sarcofagi e ossari; di questi alcuni hanno evidenti segni cristiani e risalgono alla prima comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme. (Fonte Wikipedia)

¡Soy una mujer consagrada con mucha suerte!

Ecco un'altra testimonianza, suor Cristina, che ora vive a Pablo Podestà (Buenos Aires)

Che cosa ti ha portato in terra di missione, l'hai chiesto tu o hai ricevuto un'obbedienza?
Quando ho dato  il mio “Si” (non solo ho “detto” il mio sì, il dare esprime una consegna concreta) alla consacrazione religiosa e alla famiglia elisabetina, questo includeva la mia disponibilità piena  a servire in tutta quella porzione del Regno che il Signore aveva affidato alle elisabettine, per tanto per me non aveva senso “chiedere” di andare in missione...se  la “casa” elisabettina si estende  in   America Latina, in Africa, in Italia, etc...a tutto questo io davo la mia disponibilità...La missione prima di essere un luogo fisico è una attitudine del cuore!

Qual è il tuo servizio?
Servire...puo sembrare un gioco di parole, ma non lo è! Quando ho ricevuto l’obbedienza per l’Argentina avevo chiesto con un certo slancio “cosa vado a fare?”  In quel tempo era madre generale sr Margherita Prado, e lei mi rispose con semplicità “la suora elisabettina!”; in un primo momento la risposta mi disorientò, oggi a distanza di tempo mi pare di iniziare a capire...in Argentina c’è un detto che dice: ”quien no vive para servir no sirve para vivir” mi pare chiaro anche senza traduzione.

Cos’è per te essere suora elisabettina in missione?
Mi domando: c’è forse qualche suora elisabettina che non è in missione? Mi pare limitante pensare che la missionarietà sia data da un luogo fisico, preferisco pensarla come una attitudine del cuore, dello spirito...una donna che si fa elisabettina dovrebbe esprimere la sua passione per Dio e per i fratelli in ogni parte del mondo, anche se convengo che vi possono essere “luoghi preferenziali” dove la povertà concreta materiale e morale richieda un “plus”...
Chi vive l’esperienza di missione in un paese straniero non è migliore di chi resta, anzi  ha dei  “plus”  ai quali rispondere come per esempio: essere ponte tra le chiese, accogliere l’esperienza di essere una “extracomunitaria”, imparare a tacere prima di parlare  o di giudicare, spogliarsi dalla presunzione di essere  “la salvatrice” solo perché proviene da quello che alcuni definisco il primo mondo...credo che il plus più  complesso sia quello di ricordarsi della centralità del Vangelo motivo e fine del nostro  andare.

A distanza di tempo che cosa ti ha dato la missione? In che cosa ti ha cambiato?
Facendo un po’ i conti sono quasi 15 anni che vivo in terra Argentina, ciò che l’esperienza missionaria mi ha dato è ...una “casa” più grande, con più fratelli,...non so se è questione di essere cambiata in questi anni, sicuramente arricchita da un processo lento, faticoso della bellezza della diversità che mi ha aiutato ad andare all’essenziale delle cose ...l’incontro con un’altra cultura aiuta a capire chi veramente sei per poter incontrare l’altro, mette a nudo più rapidamente le tue rigidità, le tue manie...ma allo stesso tempo ti dona una spinta verso il cammino di liberazione, che dice di cercare ciò che unisce più di ciò che divide...la missione mi ha mostrato che ¡soy una mujer consagrada con mucha suerte! (ndr. sono una donna consacrata molto fortunata!)

martedì 17 novembre 2015

Rinnovazione dei voti

Simone Martini, Santa Chiara e Santa Elisabetta
(Cappella di san Martino – Basilica Inferiore S. Francesco, Assisi)
Oggi, festa di santa Elisabetta d’Ungheria, è un giorno speciale per ogni suora elisabettina, perché secondo la tradizione della nostra Famiglia religiosa, ciascuna è chiamata a rinnovare i propri voti di obbedienza, povertà e castità, cioè a celebrare la fedeltà del Signore nella propria storia e vocazione, per rinnovare la propria appartenenza al Signore, l’impegno ad amarLo nel servizio dei più poveri, a vivere il Vangelo in fraternità ed essere per tutti un segno trasparente della misericordia del Padre.

Mi fa bene pensare che rinnovare i miei voti sia fare in qualche modo l’esperienza narrata a proposito di santa Elisabetta, che alla fine di un’esperienza mistica esclamò: “Come tu Signore vuoi essere con me, così anch’io voglio essere con te e non voglio separarmi mai da te” (dai Detti delle quattro ancelle).
Rinnovare i voti, allora, è scoprire che il mio desiderio di amare, lodare e servire il Signore come elisabettina, di rimanere con Lui, per quanto custodito in un cuore spesso ostaggio della fragilità umana, è anticipato dal desiderio di stare con me che il Signore delle Misericordie rinnova ogni giorno, guardando al mio cuore e alla mia vita.

Ed è quanto fa con ciascuna mia sorella … con ogni Sua creatura! suor Ilaria

Santa Elisabetta d'Ungheria.....festa!

Cari Giovani,
oggi ricorre la festa di santa Elisabetta d’Ungheria, patrona del Terz’Ordine Francescano.
Da questa grande santa del XIII secolo noi prendiamo il nostro nome: eh sì, ci chiamiamo ELISABETTINE da lei e non dalla nostra fondatrice, Elisabetta Vendramini, che però al momento di pensare a una nuova fondazione religiosa “volle costruire per Gesù una casa di TERZIARIE”… cioè noi!
Prendere il nome è un po’ prendere anche l’identità di questa donna, amante di Dio e dei poveri, creativa nella carità, fedele, coraggiosa, capace di essere sempre tra la gente… per la gente.
Contempliamo questa figura di Santa: il cuore della creatura, entrato nel cuore divino, batte secondo la sua misura e il suo ritmo, così da poter dire con un titolo caro alla memoria elisabettina: IL CUORE DELL’UOMO È IL CUORE DI DIO.
Ma chi era Elisabetta d’Ungheria? Scopriamolo dal profilo biografico e spirituale tratteggiato da Benedetto XVI durante la catechesi proposta nell’udienza generale del 20 ottobre 2010.
Nacque nel 1207, in Ungheria [….]. Amava il gioco, la musica e la danza; recitava con fedeltà le sue preghiere e mostrava già particolare attenzione verso i poveri, che aiutava con una buona parola o con un gesto affettuoso.
La sua fanciullezza felice fu bruscamente interrotta quando, dalla lontana Turingia, giunsero dei cavalieri per portarla nella sua nuova sede in Germania centrale. Secondo i costumi di quel tempo, infatti, suo padre aveva stabilito che Elisabetta diventasse principessa di Turingia, sposando Ludovico, futuro langravio. […] Nonostante il fatto che il fidanzamento fosse stato deciso per motivi politici, tra i due giovani nacque un amore sincero, animato dalla fede e dal desiderio di compiere la volontà di Dio.
All’età di 18 anni, Ludovico, dopo la morte del padre, iniziò a regnare sulla Turingia. Elisabetta divenne però oggetto di sommesse critiche, perché il suo modo di comportarsi non corrispondeva alla vita di corte. Così anche la celebrazione del matrimonio non fu sfarzosa e le spese per il banchetto furono in parte devolute ai poveri.
Nella sua profonda sensibilità Elisabetta vedeva le contraddizioni tra la fede professata e la pratica cristiana. Non sopportava i compromessi. Una volta, entrando in chiesa nella festa dell’Assunzione, si tolse la corona, la depose dinanzi alla croce e rimase prostrata al suolo con il viso coperto. Quando la suocera la rimproverò per quel gesto, ella rispose: "Come posso io, creatura miserabile, continuare ad indossare una corona di dignità terrena, quando vedo il mio Re Gesù Cristo coronato di spine?". Come si comportava davanti a Dio, allo stesso modo si comportava verso i sudditi. Tra i Detti delle quattro ancelle troviamo questa testimonianza: "Non consumava cibi se prima non era sicura che provenissero dalle proprietà e dai legittimi beni del marito. Mentre si asteneva dai beni procurati illecitamente, si adoperava anche per dare risarcimento a coloro che avevano subito violenza". Un vero esempio per tutti coloro che ricoprono ruoli di guida: l’esercizio dell’autorità, ad ogni livello, dev’essere vissuto come servizio alla giustizia e alla carità, nella costante ricerca del bene comune.
Elisabetta praticava assiduamente le opere di misericordia: dava da bere e da mangiare a chi bussava alla sua porta, procurava vestiti, pagava i debiti, si prendeva cura degli infermi e seppelliva i morti. Scendendo dal suo castello, si recava spesso con le sue ancelle nelle case dei poveri, portando pane, carne, farina e altri alimenti. Consegnava i cibi personalmente e controllava con attenzione gli abiti e i giacigli dei poveri. Questo comportamento fu riferito al marito, il quale non solo non ne fu dispiaciuto, ma rispose agli accusatori: "Fin quando non mi vende il castello, ne sono contento!". In questo contesto si colloca il miracolo del pane trasformato in rose: mentre Elisabetta andava per la strada con il suo grembiule pieno di pane per i poveri, incontrò il marito che le chiese cosa stesse portando. Lei aprì il grembiule e, invece del pane, comparvero magnifiche rose. Questo simbolo di carità è presente molte volte nelle raffigurazioni di santa Elisabetta.
Il suo fu un matrimonio profondamente felice: Elisabetta aiutava il coniuge ad elevare le sue qualità umane a livello soprannaturale, ed egli, in cambio, proteggeva la moglie nella sua generosità verso i poveri e nelle sue pratiche religiose. Sempre più ammirato per la grande fede della sposa, Ludovico, riferendosi alla sua attenzione verso i poveri, le disse: "Cara Elisabetta, è Cristo che hai lavato, cibato e di cui ti sei presa cura". Una chiara testimonianza di come la fede e l’amore verso Dio e verso il prossimo rafforzino la vita familiare e rendano ancora più profonda l’unione matrimoniale.
La giovane coppia trovò appoggio spirituale nei Frati Minori, che, dal 1222, si diffusero in Turingia. […]
Una dura prova fu l’addio al marito, a fine giugno del 1227 quando Ludovico IV si associò alla crociata dell’imperatore Federico II, ricordando alla sposa che quella era una tradizione per i sovrani di Turingia. Elisabetta rispose: "Non ti tratterrò. Ho dato tutta me stessa a Dio ed ora devo dare anche te". La febbre, però, decimò le truppe e Ludovico stesso cadde malato e morì ad Otranto, prima di imbarcarsi, nel settembre 1227, all’età di ventisette anni.
Elisabetta, appresa la notizia, ne fu così addolorata che si ritirò in solitudine, ma poi, fortificata dalla preghiera e consolata dalla speranza di rivederlo in Cielo, ricominciò ad interessarsi degli affari del regno. La attendeva, tuttavia, un’altra prova: suo cognato usurpò il governo della Turingia […]. La giovane vedova, con i tre figli, fu cacciata dal castello di Wartburg e si mise alla ricerca di un luogo dove rifugiarsi. Solo due delle sue ancelle le rimasero vicino, la accompagnarono e affidarono i tre bambini alle cure degli amici di Ludovico. Peregrinando per i villaggi, Elisabetta lavorava dove veniva accolta, assisteva i malati, filava e cuciva. Durante questo calvario sopportato con grande fede, con pazienza e dedizione a Dio, alcuni parenti, che le erano rimasti fedeli e consideravano illegittimo il governo del cognato, riabilitarono il suo nome.
Così Elisabetta, all’inizio del 1228, poté ricevere un reddito appropriato per ritirarsi nel castello di famiglia a Marburgo, dove abitava anche il suo direttore spirituale Fra’ Corrado. Fu lui a riferire al Papa Gregorio IX il seguente fatto: "Il venerdì santo del 1228, poste le mani sull’altare nella cappella della sua città Eisenach, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni frati e familiari, Elisabetta rinunziò alla propria volontà e a tutte le vanità del mondo. Ella voleva rinunziare anche a tutti i possedimenti, ma io la dissuasi per amore dei poveri. Poco dopo costruì un ospedale, raccolse malati e invalidi e servì alla propria mensa i più miserabili e i più derelitti. Avendola io rimproverata su queste cose, Elisabetta rispose che dai poveri riceveva una speciale grazia ed umiltà”.
Possiamo scorgere in quest’affermazione una certa esperienza mistica simile a quella vissuta da san Francesco: il Poverello di Assisi dichiarò, infatti, nel suo testamento, che, servendo i lebbrosi, quello che prima gli era amaro fu tramutato in dolcezza dell’anima e del corpo. Elisabetta trascorse gli ultimi tre anni nell’ospedale da lei fondato, servendo i malati, vegliando con i moribondi. Cercava sempre di svolgere i servizi più umili e lavori ripugnanti. Ella divenne quella che potremmo chiamare una donna consacrata in mezzo al mondo (soror in saeculo) e formò, con altre sue amiche, vestite in abiti grigi, una comunità religiosa. Non a caso è patrona del Terzo Ordine Regolare di San Francesco e dell’Ordine Francescano Secolare.
Nel novembre del 1231 fu colpita da forti febbri. Quando la notizia della sua malattia si propagò, moltissima gente accorse a vederla. Dopo una decina di giorni, chiese che le porte fossero chiuse, per rimanere da sola con Dio. Nella notte del 17 novembre si addormentò dolcemente nel Signore. Le testimonianze sulla sua santità furono tante e tali che, solo quattro anni più tardi, il Papa Gregorio IX la proclamò Santa.

Cari amici, facciamo nostro l’invito di Benedetto XVI che indica in santa Elisabetta un esempio di come la fede, l'amicizia con Cristo creino il senso della giustizia, dell'uguaglianza di tutti, dei diritti degli altri e creino l'amore, la carità. E da questa carità nasce anche la speranza, la certezza che siamo amati da Cristo e che l'amore di Cristo ci aspetta e così ci rende capaci di imitare Cristo e di vedere Cristo negli altri.
Sia questa speranza ad animare anche i nostri passi. Buon cammino! suor Ilaria

mercoledì 11 novembre 2015

Giovani verso Assisi /2

Cari Giovani, ecco qui di seguito altre testimonianze di giovani che hanno partecipato al convegno Giovani verso Assisi (a questo link le testimonianze pubblicate qualche giorno fa)....lasciatevi contagiare dalla speranza!!!!!!!!!!!!!1

«Quando un uomo sarà giunto alla fine, allora incomincia» (Sacrum Commercium 55). Questo è il passo che ha introdotto e poi accompagnato la mia esperienza al GvA 2015 dal titolo "Ancorati alla Speranza". Si, in questo periodo in cui il mondo è segnato da un profondo pessimismo, noi parliamo di Speranza. Una Speranza che dà gioia e illumina il nostro CAMMINO, proprio come la stella cometa guidò i Magi. Perché il cristiano cammina sempre, non si ferma. La sua strada spesso può essere insidiosa, ma deve avere una certezza: Cristo, la STELLA, guiderà sempre, illuminando il cammino... noi dobbiamo solo imparare a riporre in Lui la nostra fiducia.
Idolina 29 anni – Cosenza

L’esperienza del GvA è stata una delle esperienza più belle della mia vita. Ho conosciuto persone nuove, bellissime con un animo buono. Ma ho conosciuto soprattutto lo stare con Dio, l’essergli vicino tutti i giorni e ritrovare la vera serenità e la felicità con Lui. All’inizio sono partita con un “se ci penso che devo stare tutti i giorni in basilica, vorrei non essere partita”, ma poi dalla basilica, domenica non volevo più uscire. Mi sembra di essere rinata. Il GvA è armonia, è serenità e stare veramente bene con Dio e con le persone, è conoscenza ed è speranza, speranza per chi come me è andato lì da scettico, con la speranza di incontrare Dio, e ci è riuscito.
Alessia 18 anni – Reggio Calabria

Quando sono partita per Assisi non sapevo cosa mi avrebbe aspettato. Ma già dal primo giorno ho sentito nell'aria qualcosa di diverso dalla mia solita vita. Una vita che stava diventando un po' monotona negli ultimi tempi. Quest'esperienza mi ha fatto capire e cambiare alcuni pensieri, mi ha spinto a voler dare di più, a prendere le cose con più spensieratezza e tranquillità. Fino ad ora il mio carattere non mi permetteva di aprirmi con gli altri, provavo una sorta di diffidenza iniziale ma in questi giorni sono riuscita a instaurare rapporti con altre persone a me sconosciute con molta più facilità del solito e per questo ho deciso di provare a dare di più nelle relazioni con gli altri.
Michela 18 anni – Reggio Calabria


Prima di iniziare questa avventura certamente credevo in Dio, ma non come adesso. Ora è come se sentissi la sua presenza che non mi abbandona mai accanto a me. Ho percepito la sua presenza nelle lodi mattutine, nell’eucarestia, nei canti che ho imparato, prima di addormentarmi…Certo la sua presenza non è materiale, ma l’ho visto negli occhi di tutti noi giovani. E questo per me ha significato molto perché ho capito che non sono sola e che la speranza è nelle persone e che se lottiamo insieme per lui siamo invincibili, più forti di ogni tentazione. Potreste anche non credermi ma è come se avessi visto la luce di Dio. Il tema di quest’anno al mio primo convegno, nonché il mio primo viaggio ad Assisi era la speranza: ‘’Ancorati alla speranza’’… Se tagliamo le ultime due lettere dalla parola ancorati non rimane che la parola ancora; ancora, ancoràti alla speranza, a qualcosa che ci continua a tenere in vita nonostante questo mondo che ci fa paura! Ma se abbiamo fiducia, se riusciamo a fidarci di Dio del suo amore possiamo farcela, possiamo avere il coraggio di cambiare la nostra vita e le cose sbagliate. Per me la speranza è preghiera; durante il convegno in una attività di gruppo, nel raccogliere un’immagine da terra che rappresentasse l’accidia o l’avarizia, ho scelto un’immagine che raffigurava un bolla… a dire tutta la verità in quell’immagine non ci vedevo nulla di avaro né tanto meno qualcosa di accidioso, ma i miei occhi l’hanno associata alla speranza, perché la speranza è come una bolla fragile e libera da volare in alto. Da piccoli tentavamo di acchiappare le bolle con le nostre mani; direi che i nostri sogni e le nostre speranze sono come una bolla e dobbiamo arrivare ad acchiapparli, dobbiamo essere forti da prendere in mano i nostri SOGNI, i nostri progetti, la nostra vita. Ho capito che dobbiamo seguire la vocazione di Dio e seguire il suo progetto di vita che egli ha pensato per ognuno di noi! Ora ho capito il valore inestimabile di alcune cose quotidiane, cose alle quali prima non davo più di tanto peso. Ora finalmente posso dire di aver conosciuto Dio, la sua luce, il suo splendore. Grazie di tutto!

Gloria 19 anni - Castrovillari




martedì 10 novembre 2015

Che mese Novembre!


10 novembre 1828 – 10 novembre 2015: 187 ANNI DI FONDAZIONE

Cari amici,
per ogni suora elisabettina (ma anche per i simpatizzanti!), novembre è un mese carico di memorie, celebrazioni, motivi di lode e ringraziamento. Dopo aver festeggiato i 25 anni della beatificazione di madre Elisabetta, eccoci ancora riunite per celebrare i 187 anni della nostra Famiglia religiosa.
È un fare memoria che ci porta a
  • contemplare e rendere grazie di quanto Dio ha operato in madre Elisabetta e nella famiglia religiosa da Lui voluta
  • ricordare la risposta d’amore della Fondatrice e quella delle sorelle che ci hanno preceduto
  • ridare senso al nostro essere oggi elisabettine, attingendo alla grazia delle origini
  • pregare perché il dono del carisma cui partecipa ciascuna di noi affascini sempre più e sia segno dell’Amore provvidente e di Misericordia per tanti fratelli e sorelle.

Mi piace vedere quel lontano 10 novembre quasi come l’evangelico seme di senape, piccolo, insignificante, ma che una volta sviluppato dà riparo a molti uccelli. Anche il nostro Istituto, iniziato in modi umili e dimessi, nel tempo si è fatto casa per i piccoli, per le persone più povere e abbandonate, e per tante sorelle che qui hanno trovato il loro modo di amare, lodare e servire il Signore.
Ecco come nel 1859, ormai al tramonto della sua vita e a 31 anni dalla Fondazione, madre Elisabetta racconta il nascere umile, custodito da Dio, della Famiglia elisabettina.

Nel 1828 fui posta con una compagna, dopo mille vicende, in una splendida reggia della santa povertà, priva persino del letto, aspettandolo da Dio, autore di tale impresa.
Risplendette lo stesso giorno la sua provvidenza e mi fu dato un pagliericcio e una coperta di lana, perché ben cominciava il freddo.
Le stanche mie membra, sbattuti da alcuni mesi dalla terzana, trovarono in questo duro letto quel riposo che in un morbido letto non avevo trovato fino a quel punto.
Le notturne stelle, che dalla bucata soffitta vedere si facevano, non potevano essere che amabili se il sonno, straniero da molti agli occhi miei, tolta non mi avesse sì cara contemplazione. (dalle “Memorie dell’Impianto”).

suor Ilaria

Ecco qui alcune foto della soffitta di Casa Madre dove Madre Elisabetta e le sue compagne hanno vissuto all'inizio della Fondazione!





lunedì 9 novembre 2015

Giovani verso Assisi /1

Cari Giovani,
desideriamo condividere l’esperienza del 36° Convegno Giovani verso Assisi organizzato dai Frati minori conventuali.
Ad Assisi dal 29 ottobre al 2 novembre 2015, insieme a centinaia di giovani provenienti da tutta Italia, attraverso incontri con testimoni molto concreti, abbiamo approfondito il significato della speranza cristiana, contro i vizi dell’accidia e dell’avarizia.
Il tema infatti, "Ancorati alla speranza", ha permesso di immergerci nella vita concreta e di confrontarci con le fatiche del vivere prendendo consapevolezza che tra noi, dentro la Storia c’è qualcosa, anzi Qualcuno che è fonte, roccia, fondamento su cui appoggiare la nostra vita e vivere con speranza.
Talvolta siam tentati di mollare tutto, di fare quello che pare, senza un senso e senza un progetto di vita buono da seguire; spesso ci lasciamo conquistare da speranze fatue, che muoiono presto e ci lasciano più tristi di prima. Ebbene, durante il GvA 2015 abbiamo sentito testimoniare con forza, in vari momenti e in molti modi, che la nostra speranza è Gesù Cristo! Lui ci dona la forza e il coraggio per affrontare i limiti e i vizi che ci appesantiscono e ci fa sperimentare la gioia, la speranza certa (cfr San Francesco).

Ecco la testimonianza di alcuni giovani presenti.

Il tema del GvA di quest’anno mi toccava particolarmente da vicino: la speranza e i vizi contrari, l’accidia e l’avarizia. Personalmente io sono molto predisposto a perdere la speranza e a farmi prendere dall’accidia, a perdermi compulsivamente dietro le cose che danno un immediato tornaconto, e in questo senso questo convegno è stato proprio una ricarica, una mano che mi ha risollevato dolcemente ma concretamente, toccando la mia vita proprio lì dove ce n’era (e ce n’è) un reale bisogno. La mano è di Gesù! Durante questi giorni potevo dare per scontato il fatto di essere lì ad Assisi (un luogo che amo e significa tanto per me) e vivere il convegno come un semplice raduno a cui io avevo scelto di partecipare, e invece sin dall’inizio, in ogni momento ho sempre sentito con certezza di essere l’oggetto e il destinatario di un amore non misurato, ma sconfinato, sovrabbondante, misericordioso, gratuito, sicuro, stupendo, colorato (la meraviglia dei colori della basilica…), che mi aveva portato lì ad Assisi, ed era per me, è per me e mi incoraggia a non identificarmi con i miei vizi e peccati, con la mia accidia, ma a mettermi in gioco nel quotidiano con gratuità e fedeltà e a guardare avanti con speranza. Work in progress.
                                                             Davide (Ravenna)

  

“La salvezza sta nella speranza”: così dice Papa Francesco. E sono sicura che i giovani che hanno partecipato al 36° convegno ad Assisi pochi giorni fa come me condividano quest’affermazione.
Posso dire che quest’esperienza sia una ricchezza per l’animo, ti rigenera, ti dà forza e allo stesso tempo ti mette alle strette con te stesso, che non fa mai male. È un’occasione per fermarsi, respirare a fondo e riempirsi i polmoni di quell’aria fresca di cui Assisi è pregna, la Fede: fede di San Francesco, fede di Santa Chiara e fede di tutti quei pellegrini che sono passati per questo luogo nel corso dei secoli.
Non posso che essere grata per ciò a cui ho preso parte e commossa per ciò che ho visto e vissuto perché la gioia e l’attaccamento alla vita che caratterizza noi giovani dà coraggio. E aver condiviso la fede e la voglia di fare del bene è stato come aggrapparsi direttamente a quell’Ancora, Gesù, che è il fulcro della speranza certa.

                                                                    Elena Meneghello (Padova)


Cari Giovani, che ne dite?

Gesù ci offre la possibilità di essere nella pace e nella gioia accogliendo il suo progetto di amore. Cerchiamolo, Lui è già sulla nostra strada in cerca di me, di te, di noi.

Suor Barbara stfe

giovedì 5 novembre 2015

In silenzio nel tuo cuore


Cari giovani, condivido con voi qualche riflessione su questo libro di Alice Ranucci dal titolo In silenzio nel tuo cuore – Edizione Garzanti.
Il libro è interessante per i contenuti trattati che riguardano la vita di adolescenti e giovani, anche perché l’autrice è una ragazza di 17 anni che dimostra una grande capacità di ascolto della sua interiorità e delle emozioni che prova, mettendole dentro la vita della protagonista. Ne risulta un romanzo di formazione che mette in luce le difficoltà e le risorse di una intera generazione.

Sono fragile come una stella
Ho fatto di tutto per tenerti lontano
Ma solo tu sai davvero chi sono
A te dedico le mie parole del silenzio

Il libro racconta la storia di una adolescente di sedici anni, Claudia, studentessa al liceo, un luogo difficile dove vince il più forte, la più bella, il più volgare e la più disponibile con gli uomini.  Claudia non è felice, ma ci sta, coperta da un pesante trucco e da un po’ di aggressività.
Fino a quando…fino a quando la vita la mette davanti alla prova più difficile e tutto cambia. Lei prima di tutto cambia, a poco a poco, ascoltando il suo cuore, le emozioni che prova e dando fiducia ad alcuni adulti significativi.
Alla fine Claudia ce la farà.

Perché la vita è dura talvolta, soprattutto quando si è giovani e non si sa cosa cercare e dove andare a cercare.
Il Signore ci propone una strada ed una meta: la via del Vangelo e la sua gioia, quella che nasce dallo stare con Lui, vivendo il suo progetto di amore.
Non siete soli, cari giovani a cercare.
Chiedete aiuto al Signore nella preghiera, nella meditazione della sua Parola e nel consiglio di donne e uomini di Dio che possano accompagnarvi.

Buon cammino

suor Barbara Danesi, elisabettina


Twitter @danesibarbara

mercoledì 4 novembre 2015

25 anni fa a Roma...

Cari Giovani!
Venticinque anni fa la nostra fondatrice Elisabetta Vendramini veniva proclamata beata a Roma da papa Giovanni Paolo II.

Cosa può significare per noi Elisabettine? Cosa può dire alla nostra vita?
Di certo per noi è stata ed è una grande gioia che la Chiesa abbia riconosciuto che la sua vita è per noi un esempio da imitare....ma credo che grande sia anche l'invito ad essere noi stesse sante, nella quotidianità della nostra vita, guardando a Gesù Crocifisso, e mi piace dirlo con le sue parole:

"Sovvieni, sorella mia, che non abbiamo la vita che per usarla a santificarci ed a servire quel Dio che per tali motivi patì e morì sull'infame patibolo della croce; ed a noi una disattenzione, una paroletta, un abbassamento dell'amor proprio tanto ci sono pesanti? Ah, che il mirare Gesù in croce, non come si fa da molti di passaggio e senza riflessione, dà all'anima brame di ricopiarlo per non essere un dì da Lui maledette con quel terribile: non vi conosco. Animo perciò, sorella mia, a ben considerarlo, a ricopiarlo ed a goderlo di poi. Opera e vivi." (dall'Epistolario di Elisabetta Vendramini E202)

A questo link il video "Il cuore dell'uomo è il cuore di Dio", in cui si racconta la storia di Madre Elisabetta e delle suore Elisabettine!

sr Anna sfe