sabato 28 maggio 2016

INSEGNARE = PRENDERE A CUORE

Cari Giovani,
nel cammino che ci sta conducendo a incrociare le vite di alcune sorelle elisabettine nei luoghi in cui vivono e nelle attività attraverso le quali esprimono l'"amore operativo" secondo il carisma di madre Elisabetta, oggi incontriamo suor Marita Girardini, insegnante nella scuola primaria paritaria "Elisabetta Vendramini" di Pordenone.
A lei abbiamo chiesto di raccontarci come è nata la sua vocazione e come la esprime quotidianamente dedicandosi ai suoi alunni.


Suor Marita con alcuni dei suoi alunni

Suor Marita, che cosa ti ha spinto a rispondere sì alla chiamata di Dio?
Non è stato facile e semplice rispondere sì alla richiesta di Dio di seguirlo ed essere completamente per lui, Suo cuore, Sue mani, Sua voce tra la gente del mio e nostro tempo.
Non è stato né facile né semplice perché tante erano le cose che facevo e che avevo che mi sembrava mi rendessero felice.
Non è stato né facile né semplice lasciare la mia famiglia, i miei amici, il mio gruppo scout...erano la mia vita, il mio orizzonte di realizzazione.
Non è stato né facile né semplice, ma non ho potuto dire "no" dopo che avevo incontrato e avevo visto il volto nei piccoli soli della comunità alloggio delle suore di Maria Bambina a Vicenza. Non ho potuto dire "no" a un Dio che mi aveva dato fiducia e che mi chiedeva di dargli una mano nella cura dei suoi piccoli e poveri della terra.
Non ho potuto e ancora oggi non posso dire: “Lasciami stare che ho altro da fare!”.
Se il mio Dio, il nostro Dio, si è fidato di me, di noi, e mi ama così con i miei pregi, ma anche con i miei limiti e le mie povertà (e sono tante...), che motivo avevo per dire: “No, ho altro da fare arrangiati”?
Non si può dire di “no” a uno che chiede. Il ragazzo del Vangelo di Giovanni aveva solo 5 pani e 2 pesci, ma con Gesù sono diventati possibilità per molti.
A Gesù non si può dire no... l'alternativa a Lui è la tristezza...e io non volevo certo averla a vita!
La gioia è un dono grande che il Signore ci dà, perché rifiutarlo?


Tra le varie attività in cui sei chiamata a vivere la tua vocazione, un ruolo significativo è ricoperto dall'insegnamento. Qual è l’aspetto di Gesù Maestro che ti affascina maggiormente?
Se penso che Gesù dice: “Non fatevi chiamare maestri perché uno solo è il vostro maestro", un po' mi sento imbarazzata pensando a quando tanti miei bambini a scuola mi chiamano" maestra", ma riconosco anche che grande è la responsabilità che il Signore mi ha affidato.
Ecco allora che sento affascinante più che mai il Gesù maestro che sta con tutti, che dà a ciascuno il proprio posto, che si china sui piccoli, i poveri, che sta con loro, li ama così come sono, cerca di far emergere ciò che portano dentro perché la loro vita sia vissuta in pienezza. Non è sempre facile essere mani e cuore del Maestro, la voglia di fare tu, di emergere ed essere al primo posto a volte prevale su tutto, ma è importane ricordarmi che uno solo è Il Maestro ed è importante guardare a Lui per imparare ad insegnare.
Mi affascina come Gesù si prende a cuore le situazioni delle persone e gli propone un’altra possibilità di vita: è una sfida che il Signore oggi mi pone davanti.

Puoi spiegarci che cosa significhi per una suora elisabettina inserita nella scuola “istruire e cavare anime dal fango”?
Per me essere oggi significa fare i conti con questa sfida che il Signore mi fa quotidianamente: prendere a cuore, entrare nelle situazioni piccole o grandi dei miei bambini, di quelli che mi ha affidato e delle loro famiglie, e in quella situazione che stanno vivendo cercare una possibilità di vita bella e gioiosa.
Mi trovo oggi sempre più spesso di fronte a bambini che vivono sulla loro pelle situazioni più grandi di loro, bambini più responsabili dei loro genitori, che fanno da mamma ai loro fratellini più piccoli e di loro nessuno si cura. Vedo bambini che vivono la relazione con i compagni e l'essere a scuola come momento liberatorio, momento in cui possono essere bambini. Vedo bambini che di fronte alla domanda dell'adulto si zittiscono, non rispondono, si fanno piccoli piccoli tanto da voler sparire. Vedo bambini in ansia perché le aspettative dei genitori su di loro sono alte. Sono bambini e hanno tutto il diritto di vivere da bambini.
Vedo bambini in grossa difficoltà cognitiva che arrancano, genitori che non accettano le loro difficoltà e chiedono che il loro bambino abbia le stesse cose degli altri.
Fare i conti con la rabbia, con il silenzio, con il doppio gioco degli adulti a scapito dei bambini a volte mi fa sentire impotente. Allora il farsi carico, il sostenere il bambino, cercare di capire il suo mondo dando ascolto e tempo oltre che mezzi è l'unica cosa che mi resta da fare oltre che a dare quell'istruzione di significato comune.
Prendere a cuore e cercare con e per ogni bambino una possibilità di vita bella e gioiosa. È questo per me il significato di "istruire e cavar anime dal fango".


A tutti l'augurio di essere, ma anche di trovare lungo il proprio cammino, persone capaci di prendere a cuore, di insegnare, di 'segnare' cioè  menti e cuori, indicando e ponendo segni che si traducono in possibilità di vita belle e gioiose.
E che tutti possiamo riscoprirci alla scuola dello Spirito Santo, Maestro interiore, che orienta i nostri passi.

suorilaria

domenica 22 maggio 2016

Tre per Uno, Uno per Tre



Trinità - Masaccio





Benedicimi,
Padre mio amantissimo
Redentor mio amorosissimo,
Santo Spirito, mio Maestro dolcissimo,
con pienezza paterna
perché, avvalorata da questa benedizione,
ti serva per tutta la vita
e muoia poi nelle tue braccia;
Maria, Madre mia tenerissima,
presentami con tali suppliche 
alla Santissima Trinità e siimi sempre Madre.
                                                                 Elisabetta Vendramini



Facendo nostre le parole di Elisabetta Vendramini, chiediamo al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo di benedire le nostre vite e abitare in noi per imparare dalla Santissima Trinità ad amare ed essere felici. 
















venerdì 20 maggio 2016

Abitare il limite

Cari giovani,
dal 7 al 14 agosto avete in programma qualcosa? Perché non dedicare un po' del vostro tempo per conoscere le nostre realtà e....fare un'esperienza gioiosa e stimolante di SERVIZIO accanto a persone con disabilità residenti all'O.P.S.A., anziane che vivono a Casa Maran, senza fissa dimora che frequentano le Cucine Economiche Popolari, con malattia in fase terminale presso Casa Santa Chiara?

Questa esperienza sarà sicuramente bellissima anche perché vissuta nella dimensione della FRATERNITA', con giovani provenienti da varie realtà, noi suore Francescane Elisabettine e un chierico dei frati Minori Conventuali.


Ci saranno spazi per la preghiera, la riflessione, la condivisione, il gioco e una giornata di pellegrinaggio giubilare, visto che siamo ancora nell'anno della Misericordia!


Per info e iscrizioni contattaci preferibilmente entro il 31 luglio 2016


suor Paola Bazzotti - Rubano (PD) 



suor Martina Giacomini - Noventa Vicentina (VI) 

suor Ilaria Arcidiacono - Trieste (TS)


Dove:
O.P.S.A. Opera della Provvidenza Sant’Antonio
via della Provvidenza, 68,
35030 Rubano

Destinatari:
Ragazze e ragazzi dai 19 ai 32 anni

sabato 14 maggio 2016

Vieni Santo Spirito!


Spirito Santissimo,
Tu, che nella creazione del mondo
ti posasti sulle acque per vivificarle
con la tua divina fecondità,
posati sopra le acque dell'anima mia
e con la tua forza
suscita in me quel fervore
che fa germogliare tutte le virtù.
Vieni a stabilire la tua dimora nel mio cuore
che ti consacro per sempre.
Santo Spirito,
dammi i tuoi sette doni:
quando sarò sazia di te, mio Dio,
non potrò desiderare altro che Te!
Sii tu il mio respiro, la mia vita,
l'unico motivo di ogni mia opera.
Sii tutto per me, oggi e sempre.
Amen!


Con questa invocazione di Madre Elisabetta auguriamo a ciascuno che possa lasciarsi inondare dalla forza dello Spirito, per annunciare a tutto il mondo che Dio ci ama! buona Pentecoste!!!!
sr Anna


IL SORRISO DI DIO


Cari Giovani,

oggi raggiungiamo idealmente un’altra sorella, suor Patriza Loro, che ha accolto l’invito a chiedere e a cercare l’“amore operativo”, invocato da madre Elisabetta, che si fa annuncio della misericordi di Dio Padre… Una chiamata che oggi suor Patrizia vive nel servizio pastorale in una comunità parrocchiale della Calabria, tra la gente, con la gente.
 
 
 
 
 
Suor Patrizia, puoi raccontarci un po’ la tua storia e quella della tua vocazione?

Ok, non è mai facile raccontare di sé e della propria storia.
Una storia non comune… Dopo un lungo cammino di ricerca, decidersi per il Signore è stato per me fare come Gesù: puntare lo sguardo… e, a viso duro, incamminarmi verso Lui! Certo, Gesù si è diretto deciso verso Gerusalemme sapendo che lì era chiamato a morire… per amore, accettando che si prendessero la sua vita, ma lo ha fatto perché era l’unico modo per guadagnarci tutti!

Bene, la mia vocazione nasce tanti anni prima che io mi decidessi di lasciare tutto e seguirlo. Ero una bambina di 7 anni, molto vivace. Non capivo perché ogni domenica dovevo andare ad annoiarmi in chiesa e così mi facevo mandare fuori tutte le sante domeniche, spesso messa in castigo da suore e catechiste. Solo durante tempi particolari correvo in chiesa e ci stavo volentieri anche quando la predica durava 40 minuti! Era quando tornavano per le vacanze i missionari!! Ero come stregata dai loro racconti…
Poi sono cresciuta, ho avuto momenti di crisi e di distacco dalla parrocchia; il lavoro, le escursioni in  montagna, gli amici… una vita abbastanza notturna, la passione per il mio cane! E poi un sentimento sempre forte di empatia con i poverissimi della terra, con tutte le situazioni di solitudine e disagio materiale e affettivo… se si può dire così. Il sogno della missione non mi aveva mai lasciato.

Desideravo una vita come tutte le ragazze che conoscevo: marito, casa e figli! Ma non era abbastanza, come se il mio cuore non volesse accontentarsi della normalità. Ero sempre meno in pace e sempre più in ricerca e convinta che per capire dovevo fare un’esperienza missionaria.
Sono riuscita ad andare in Brasile per 5 settimane: prima in un paese piccolo del nord est e poi a San Paolo in una favela e qui ho capito che nonostante tante resistenze e paure, dovevo trovare la forza per decidermi per il Signore. Lui stesso ha messo sul mio cammino le persone che mi hanno accompagnato e aiutato a partire.

 

 
Nel tuo servizio pastorale tra le tante persone che incontri ci sono molti giovani. Vuoi condividere un suggerimento che ti sembra importante e che offri loro per riconoscere la chiamata di Dio per la propria vita?

Se in Chiesa ci si annoia è perché non si è fatta esperienza di Lui, di Gesù! Si è portati a cercare cose e persone capaci di riempire la nostra vita, di darle senso… La mia vita ha avuto senso e sapore nel momento in cui ho iniziato a confidarmi, arrabbiarmi, pacificarmi, addormentarmi e svegliarmi con il Signore. A lui ho affidato poi i miei sogni: quello grande resta la missione.
 
 
Da Gesù ho imparato a donarmi ai fratelli, ovunque lui mi invia, con tutta me stessa, cercando di far capire a chi mi incontra che Lui è presente in tutte le loro situazioni anche attraverso noi e il nostro metterci a fianco. Non è facile, ma donare a chi si incontra un sorriso, una parola e la speranza certa che il Signore c’è soprattutto nelle fatiche, è allargare e rendere concreto e vero l’abbraccio misericordioso del Padre.

 
Come la comunità elisabettina è segno di fraternità e testimonianza di comunione per le persone che avvicinate nelle comunità parrocchiali?
 
Oggi vivo a Crotone in Calabria; siamo in 4 sorelle di diverse età e siamo una forza! Insieme vogliamo e desideriamo vivere la fraternità, e lo facciamo donandoci ascolto, dialogo, pazienza, aiuto nelle cose concrete da fare, condividendo la Parola e la preghiera.

La nostra è una casa aperta! I ragazzi salgono per salutare, per un bicchiere d’acqua, per il pallone buttato nella terrazza; con i vari gruppi viviamo nella nostra casa i momenti conclusivi dell’anno con pizza o grigliate… La gente ci sente presenza amica, sorella e madre, presenza che c’è come anima della parrocchia, “le colonne” e “il sorriso di Dio tra noi”… così la gente ci riconosce. Bello no?!
 



 



domenica 8 maggio 2016

CON CUORE DI MADRE


La festa odierna è dedicata alle Mamme.

A noi piace ricordare tutte quelle donne che ogni giorno generano alla vita tanti piccoli, non solo concependoli e dandoli alla luce, ma in vari modi: custodendone le fragili vite, curandoli, consigliandoli, educandoli, sostenendoli nel cammino educativo, con la tenerezza di un abbraccio e lo sguardo che dice: “mi stai a cuore”.

Anche noi suore siamo chiamate ad amare con cuore di madre, sebbene non mettiamo al mondo nessuno, ma accogliamo e ci facciamo vicine ai figli dimenticati o a noi affidati da altri.

Davanti a questi piccoli, specie a quelli più indifesi, ogni giorno si rinnova in ciascuna il sì ad amare, come madre e sorella, senza possedere.

È quanto ci ricorda anche suor Mariateresa – che abbiamo iniziato a conoscere in questa settimana – insieme a suor Liviana, che condivide con lei l’attenzione per i minori in disagio.
 

Proponiamo uno stralcio dell’intervista fatta a suor Mariateresa.
 
Oggi, insieme ad altre sorelle e a vari educatori, sei chiamata a prenderti cura di minori che vivono varie forme di disagio. Cosa significa esprimerti come donna e consacrata in questa attività educativo – assistenziale secondo il cuore di madre Elisabetta?

 Il condividere la vita con i bambini e bambine feriti mi sta facendo crescere:

©      Nell’accogliere la mia e altrui umanità costituita di doni e ferite, possibilità e cadute.

©      Nel credere che la persona può crescere e fare passi in avanti, con un percorso di ascolto, di valorizzazione, di promozione. La persona ha in sé l’impronta di Dio, sempre e comunque.

©      Nel comprendere che lo scoraggiamento e la tristezza nascono dall’impotenza nel riconoscere che l’altro può scegliere anche il proprio male, perché condizionato a volte pesantemente, della propria storia passata.

©      Nel credere e costruire, giorno dopo giorno, un lavoro di squadra con gli educatori, ognuno con il proprio ruolo, in un confronto che si fa causa comune per il bene dei bambini affidati, in vista di un loro futuro di vita;

©      Nell’affidare, nella preghiera personale e comunitaria, i ragazzi e le ragazze vulnerabili, e le loro famiglie.

©      Nel creare una rete di relazioni con famiglie del quartiere, con famiglie amiche per sensibilizzarle alla consapevolezza delle realtà famigliari di disagio e far crescer quelle piccole/grandi disponibilità che supportano, sostengono…

 
 
 
 
 
Ho voluto fare la stessa domanda a un’altra mia consorella, suor Liviana. Ecco la sua testimonianza.
 
"Esprimermi come donna e consacrata in questa attività educativa-assistenziale significa accettare di stare a contatto con la sofferenza innocente che mi richiama al mistero della vita, a tanti “Perché?!” Significa chiedere continuamente al Signore la forza per reggere la realtà quotidiana.
Il contatto con la sofferenza mi rimanda alle mie ferite. Da elisabettina direi 'le mie piaghe per essere guarite hanno bisogno delle piaghe dell'altro'. Si tratta quindi di riconoscere che ricevo molto più di quello che posso dare. Inoltre per me è fare esperienza della misericordia del Signore".




Come vivere la chiamata alla vita, generando alla vita questi piccoli, pur senza concepirli?

Volendo loro bene, guardandoli con occhi buoni perché imparino a guardarsi con occhi buoni; così possono imparare a fidarsi dell’adulto e di loro stessi, vedendosi diversi dall’immagine colpevole e cattiva con la quale sono sempre stati etichettati.

Volere bene per me vuol dire trasmettere nelle varie esperienze - facendo i compiti, vivendo le vacanze insieme, portandoli a sport, dalla psicologa, dal medico - questa convinzione che mi abita: “Tu vali, tu hai qualità, hai possibilità, credo in te, sei amato così come sei…”

Si concepiscono nel cuore imparando a guardarli come li guarda Dio, nella preghiera.
 

 
Le ha fatto eco ancora suor Liviana

Per me significa rinsaldare ogni giorno la relazione con il Signore per sperimentare che la mia vita ha un senso pur non generando fisicamente. Significa godere dei miglioramenti constatati nei bambini, della loro serenità raggiunta in forza del percorso fatto. È scuola di vita nella gratuità, a volte non sempre facile.

 


Grazie suor Mariateresa, grazie suor Liviana… e grazie a tutte le sorelle elisabettine che ogni giorno vivono la ‘speciale maternità’ di chi ama ogni piccolo che la nostra missione ci fa incontrare.
 
suor ilaria

martedì 3 maggio 2016

AMORE OPERATIVO


Cari Giovani,

è ancora viva nel cuore la gioia risuonata nella festa della beata Elisabetta Vendramini (27 aprile) e nella celebrazione eucaristica che domenica 1 maggio a Padova ha coronato le varie iniziative promosse per il 25esimo di beatificazione della nostra Fondatrice. Volti, parole, incontri, gesti,… si sono rincorsi, incrociati e uniti nel rendimento di grazie al Signore, che rinnova in ogni elisabettina il desiderio che fu di madre Elisabetta. In una lettera al suo padre spirituale, don Luigi Maran, confidava: “Io voglio amare il mio Dio perdutamente, indicibilmente; operativo amore è quello che chiedo”.

 


Per questa occasione, abbiamo chiesto ad alcune Sorelle di condividere il loro incontro con questo Amore, riverberato nel loro Sì al Signore ed espresso nei vari servizi in cui si esprimono le suore elisabettine.

La prima ad aver accolto l’invito è stata suor Mariateresa Dubini, che vive nella Comunità educativa "Ferdinando Bettini" a Ponte di Brenta (PD).

 
Suor Maria Teresa, come racconteresti in poche parole la tua vocazione?

Sono nata in una famiglia in cui ho respirato i valori del dialogo franco, della giustizia, dell’onestà.

L’humus in cui sono cresciuta è la realtà parrocchiale. L’intuito di un cappellano della mia parrocchia ha colto in me delle attitudini che mi hanno portato ad essere animatrice ACR per molti anni. Questa esperienza associativa, insieme alla programmazione di campi scuola, alla formazione nel gruppo giovani sicuramente ha creato il terreno per poter vivere, fino ad oggi, un’esperienza di vita consacrata in comunità. In quegli anni giovanili il Signore ha cominciato a costruire una relazione con me attraverso la conoscenza della Bibbia, la partecipazione a veglie, alle marce della Pace… e ho cominciato a conoscerlo come il Dio liberatore, che invita ogni uomo a conoscerlo e ad imitarlo.

Mi ricordo un brano che mi aveva conquistata, dalla lettera agli Ebrei: “Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede”.

A 16 anni ero rimasta affascinata dalla testimonianza di una suora salesia presente in parrocchia: la sua gioia di appartenere a Dio e ai fratelli e sorelle mi contagiava; ma forse non era il tempo opportuno per compiere una scelta definitiva.

Dopo il diploma di ragioniera, ho iniziato a lavorare come impiegata in una grande azienda, fino all’età di 24 anni. E siamo nel 1991. In questa estate con un gruppo di giovani della parrocchia siamo andati in Francia, a Taizé, in una comunità ecumenica dove si recano ogni anno migliaia di giovani del mondo a pregare e confrontarsi, a crescere nella Fiducia in sé, nell’Uomo, in Dio e costruire così riconciliazione e perdono nella propria realtà.

A Taizè si è mosso qualcosa dentro di me: per la prima volta mi sono sentita guardata dentro ed amata nella realtà più profonda, senza maschere. Ho incontrato un Dio padre, esclusivamente buono, che mi aveva pensata e voluta su questa terra, che si prendeva cura di me, attraverso le persone che avevo incontrato e che voleva che io donassi questo suo sguardo di amore promuovente e liberante. Il brano del vangelo che mi si era incollato dentro narrava dell’incontro di Gesù con il giovane ricco: “…fissatolo, lo amò”.

Subito ho pensato: “Come posso vivere ciò che ho sentito dentro?”

Nell’anno successivo ci sono state varie connessioni e una di queste è stata la testimonianza di una ragazza che stava iniziando un percorso formativo per consacrarsi nella famiglia elisabettina, sorella del cappellano della nostra parrocchia: sono rimasta impressionata perché ho intuito che la mia resistenza a mettermi in gioco riguardava l’idea che avrei dovuto essere “perfetta” per seguire Gesù… invece no, Gesù mi chiamava a seguirlo proprio così, com’ero e così, a 24 anni, ho iniziato il percorso per consacrarmi a Dio.

E proprio nella famiglia elisabettina… Un’esperienza della beata Elisabetta Vendramini ha fatto contatto con la mia storia; nel Diario, per esprimere la sua visione dell’Uomo riporta questa immagine: se stiamo camminando per strada e scorgiamo una borsa di cuoio sommersa dal fango – sapendo che all’interno ci sono monete preziose – la prendiamo, non preoccupandoci di sporcarci e ripuliamo per far venire alla luce il contenuto prezioso. E questo Dio fa con noi: nel momento in cui ne diventiamo consapevoli scatta in noi il desiderio di imitarlo e ridonare vita, speranza, gioia!

Quest’anno festeggio 21 anni di consacrazione: il tempo vola, come lo Spirito…

 
*****
Qual è la cosa di cui ti senti più ricca e grata?

La realtà essenziale per cui vivo è il dono di Gesù e della sua Parola, e ogni giorno ringrazio Dio per il dono di questa vita, così umanamente divina; sento in me l’invito a vivere l’appartenenza a Lui diventando sorella di chi incontro.

Una ricchezza che mi accompagna da sempre è il dono dei bambini, per i quali ho uno sguardo e un’attenzione speciale.

 

 


 suor Mariateresa
 

Quello di suor Mariateresa è un cuore traboccante di vita ed entusiasmo che custodisce l’esperienza di un Dono tanto bello che…. non poteva essere contenuto in questo solo post!!!
 
A presto… per continuare ad ascoltare da suor Mariateresa come ha accolto e sta amando con la sua vita “un amore le cui scintille siano opere” (dall’Epistolario della beata Elisabetta Vendramini), nel servizio a minori che vivono varie forme di disagio.
 
suorilaria