mercoledì 12 ottobre 2016

Mi sono interrogata sulla volontà di Dio (Simone Weil)


Care e cari giovani,
ho ripreso tra le mani un libro molto intenso che raccoglie alcuni scritti di Simone Weil (Attesa di Dio, Adelphi Edizioni). Proprio nelle prime pagine, in una lettera a padre Joseph Marie Perrin, domenicano, Simone si ferma a considerare la volontà di Dio.
Condivido questo testo con voi, forse un po’ difficile, ma significativo; lo lascio alla vostra riflessione.  



«In questi giorni mi sono interrogata sulla volontà di Dio: in che cosa consiste e in quale maniera possiamo riuscire a conformarci ad essa completamente. Vi dirò ora che cosa ne penso. Bisogna distinguere tre campi. Il primo è costituito da ciò che non dipende in nessun modo da noi, e cioè tutto ciò che avviene nell’universo in questo momento e tutto ciò che sta per compiersi o si compirà in seguito, al di fuori della nostra portata. Quanto avviene in questo campo è, senza eccezione, volontà di Dio, e qui bisogna dunque amare assolutamente tutto, nel suo insieme e nei particolari, compreso il male sotto ogni forma: specialmente i nostri peccati trascorsi, in quanto sono trascorsi (bisogna invece odiarli, se per caso la loro radice è ancora presente), le nostre sofferenze passate, presenti e future, e, ciò che di gran lunga è più difficile, le sofferenze degli altri nella misura in cui non siamo chiamati ad alleviarle. In altre parole, dobbiamo sentire la realtà e la presenza di Dio attraverso tutte le cose esteriori, senza eccezioni, con la stessa chiarezza con cui la mano sente la consistenza della carta attraverso la penna e il pennino.
Il secondo campo è quello sottoposto al dominio della volontà. Esso comprende le cose puramente naturali, vicine, facilmente rappresentabili per mezzo dell’intelligenza e dell’immaginazione, tra le quali possiamo scegliere, disporre e combinare dall’esterno alcuni mezzi determinati in vista di scopi determinati e definiti. In questo campo si deve eseguire senza debolezze e senza indugi tutto quanto ci appare chiaramente come un dovere. Quando nessun dovere ci appare con evidenza, bisogna seguire talvolta regole scelte più o meno arbitrariamente, ma fisse; e talvolta seguire l’inclinazione, ma in misura limitata. Infatti una delle forme più pericolose del peccato, o forse la più pericolosa, consiste nel situare l’illimitato in un ambito essenzialmente limitato.
Il terzo campo è quello delle cose che, senza essere poste sotto il dominio della volontà e senza essere connesse con doveri naturali, non sono però del tutto indipendenti da noi. È il campo in cui noi subiamo una costrizione da parte di Dio, a condizione che meritiamo di subirla e nella esatta misura in cui la meritiamo. Dio ricompensa l’anima che pensa a lui con attenzione e con amore, e la ricompensa esercitando su di lei una costrizione rigorosamente, matematicamente proporzionale a quell’attenzione e a quell’amore. Dobbiamo abbandonarci a questa spinta, correre sino al punto preciso cui ci conduce, e non fare un solo passo in più, nemmeno verso il bene. Nello stesso tempo dobbiamo continuare a pensare a Dio con amore e attenzione sempre maggiori per ottenere con questo mezzo di essere spinti sempre più avanti, di essere oggetto di una costrizione che si impadronisca di una parte perpetuamente crescente dell’anima. Quando la costrizione si è impadronita di tutta l’anima, si è nello stato di perfezione. Ma a qualunque grado ci si trovi, non dobbiamo fare nulla più di ciò a cui siamo irresistibilmente spinti, nemmeno in vista del bene».

Buona riflessione,
suor barbara

barbara.danesi@elisabettine.it

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