domenica 17 novembre 2019

Santa Elisabetta d'Ungheria, regina tra i poveri

Ad Elisabetta piaceva portare di nascosto cibo e denaro ai poveri. Un giorno, carica di queste cose, scendeva per irti e stretti sentieri che dal castello conducevano in città, in compagnia di una delle sue ancelle più care. Portava sotto il mantello pane, carne, uova ed altro cibo, quando suo marito, reduce dalla caccia, le comparve davanti all'improvviso. Meravigliato nel vederla andare curva sotto il peso del suo fardello le disse: «Lasciami vedere quello che porti»; e lei tutta tremante apri il mantello: non c'erano altro che rose bianche e rosse, le più belle anche gli avesse mai visto.
(Storia di S. Elisabetta, di C. Montalembert)

cappella di Casa Santa Sofia-Padova


Gli storici affermano che questo fatto non sia mai accaduto, ma sia una leggenda nata per descrivere romanticamente lo stile di vita di santa Elisabetta.
In ogni caso questo racconto mi fa riflettere.
Le rose.
Il segno della femminilità e della regalità. Quale donna non gradisce ricevere un mazzo, anche una sola di questi fiori bellissimi e (una volta!) profumatissimi? La rosa, regina del giardino, da sempre richiama il dono dell’amato all'amata, il fiore per eccellenza che richiama femminilità, bellezza e delicatezza. Elisabetta, nella sua breve vita, è stata una giovane che ha vissuto in modo molto intenso il suo essere donna e il suo essere regina, con le caratteristiche tipiche che contraddistinguono questi due aspetti, in modo originale e talvolta anche provocatorio rispetto al modo di pensare e alla cultura del tempo: dolcezza e fortezza, semplicità e determinazione, umiltà e coraggio.
La leggenda dice che queste rose prima di essere tali erano pane.
Il pane.
Un elemento fondamentale che sfama e nutre.
La giovane regina Elisabetta, sull'esempio di Gesù e di San Francesco che aveva scelto come ispiratore di vita, portava il pane ai poveri per condividerlo con loro.
Elisabetta è stata una donna di carità, che ha donato tutto ciò che possedeva, la sua vita stessa, a chi non aveva nulla, soprattutto ai piccoli e agli esclusi della società.

Felice coincidenza oggi, celebrare la nostra patrona nella III Giornata mondiale dei poveri, voluta da papa Francesco per non dimenticare che i poveri ci mostrano il volto di Dio e noi abbiamo delle responsabilità.

Festeggiare oggi Elisabetta e rinnovare devozionalmente i voti di obbedienza, povertà e castità, permette a noi suore elisabettine di ringraziare il Signore per il dono di essere donne e consacrate nella terziaria famiglia e chiedere ad Elisabetta d’Ungheria di continuare ad intercedere per noi la capacità di servire i poveri, gli ultimi, le sorelle e i fratelli che vivono nelle periferie, testimoniando l’amore di Cristo con la dolcezza e la premura femminile, alla regale.

Auguri a tutte le sorelle francescane elisabettine e all'Ordine francescano secolare.

suor barbara
barbara.danesi@elisabettine.it

venerdì 15 novembre 2019

Siete partite, vi siete fidate


Suor Emiliana e suor Lucia in questo anno ricordano 25 anni di consacrazione al Signore nella famiglia elisabettina.
A distanza di qualche settimana, per continuare a ricordare, pubblichiamo l'omelia che don Sergio, fratello di suor Lucia, ha pronunciato durante la S. Messa in Casa Madre, il 26 ottobre scorso.


suor Lucia e suor Emiliana nella Chiesa di Taggì di Sotto


Oggi, per me, è un giorno speciale: stamattina sono con voi suor Lucia e suor Emiliana a ringraziare il Signore per i vostri 25 anni di vita consacrata e oggi pomeriggio sono in cattedrale per l’ordinazione dei diaconi e invocare su di loro, con il vescovo Claudio, il dono abbondante dello Spirito Santo.
E’ come se oggi Dio mi “prendesse in disparte” “lontano dalla folla” come ha fatto Gesù con il sordo muto del Vangelo ascoltato oggi: sono certo che oggi farò il “pieno di Dio”. Egli, oggi, mi prende dal mondo che spesso mi sommerge e mi fa respirare la presenza dello Spirito, aiutandomi così ad andare alle sorgenti del mio essere prete, dono per Dio e per i fratelli.
E sono proprio questi momenti che ci ricordano che noi “siamo di un’altra pasta”, siamo dello Spirito, nati da lui e impegnati a vivere in lui. E proprio san Paolo, nella lettura di oggi, lo ricorda ai suoi cristiani: “voi però … siete dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi”.
E’ la nostra grande dignità.
E credo che voi, Emiliana e Lucia, testimoniando la vostra gioia, ringraziando il Signore per il dono di essere state chiamate da lui, state ricordando, prima di tutto a voi stesse e poi a tutti noi, che abbiamo una grande dignità, la dignità di figli, amati da Dio di un amore immenso; ci ricordate che questo Dio vi ha accompagnate in questi anni, vi ha aiutato a rialzarvi e vi ha sostenuto nel vostro quotidiano cammino; e comprendete, forse più ora che 25 anni fa, che questo Dio è l’essenziale della vostra vita, è il respiro senza il quale non potete vivere.
Il Vangelo di oggi, che è quello della vostra prima professione, ci racconta dell’incontro di Gesù con un sordo muto e colpisce il fatto che Gesù, all'invito di imporgli la mano, fa molto di più: lo prende, per mano probabilmente, lo porta via con sé, in disparte, lontano dalla folla e così gli esprime un’attenzione speciale: ora lui non è più uno dei tanti emarginati anonimi, ora è il preferito e il maestro è tutto per lui; comincia così tutta una serie di sguardi, gesti molto concreti e insieme molto delicati che dicono il rapporto bello, intimo, privilegiato di Gesù con l’ammalato.
Ringraziare vuol dire accorgersi con stupore che Gesù tutto questo l’ha fatto su ciascuno di noi, l’ha fatto su di me, l’ha fatto su di voi Emiliana e Lucia: vi ha prese per mano e portate in disparte con sé, lontano dalla folla dove vivevate, ha manifestato su di voi un’attenzione speciale e siete diventate preziose per lui, tanto che vi ha toccate, chiamate a sé e mandate nel mondo.
Apritevi, vi ha detto “effatà” e l’ha pronunciato su ciascuna di voi. E siete partite, vi siete fidate; oggi siete qui e state dicendo: “Abbiamo fatto bene”, “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti”.
La vostra vita continui ad annunciare le meraviglie del Signore; possiate sempre gridare al mondo che lui ha fatto bene ogni cosa, perché l’ha fatto e la sta facendo in voi.
E’ l’augurio che oggi, tutti noi, vi facciamo e per questo preghiamo con voi e per voi.

don Sergio Turato, parroco


Continuiamo a ringraziare il Signore che rende la vita bella a chi si affida a Lui.
Il dono di sé all'Amore è possibile sempre.
Per questo, cara giovane, non perdete tempo e ascolta dove il Signore vi sta chiamando. Sarà bello!!

domenica 10 novembre 2019

Casa


10 novembre 1828 - 10 novembre 2019

Nel 1828 fui posta con una compagna, dopo mille vicende, in una splendida reggia della santa povertà, priva persino del letto, aspettandolo da Dio, autore di tale impresa.
Risplendette lo stesso giorno la sua provvidenza e mi fu dato un pagliericcio e una coperta di lana, perché ben cominciava il freddo.
Le stanche mie membra, sbattuti da alcuni mesi dalla terzana, trovarono in questo duro letto quel riposo che in un morbido letto non avevo trovato fino a quel punto.
Le notturne stelle, che dalla bucata soffitta vedere si facevano, non potevano essere che amabili se il sonno, straniero da molti agli occhi miei, tolta non mi avesse sì cara contemplazione. (Elisabetta Vendramini, “Memorie dell’Impianto”).


la reggia soffitta - casa madre, Padova


La giovinezza è un tempo prezioso per 'trovare casa'.
È il tempo della conoscenza profonda di sé per poter giocare i propri talenti al meglio; è il tempo dell'impegno serio per realizzare i propri sogni e desideri; è il tempo soprattutto della ricerca per comprendere quale sia la vocazione a cui il Signore chiama.
Trovare casa vuol dire trovare il luogo dove piantare le proprie radici per vivere con consapevolezza la vita, secondo il progetto di amore di Dio.
Oggi, nella memoria della nascita della terziaria famiglia elisabettina, ringrazio il Signore per aver donato a me e a molte altre donne, una casa (non solo di mattoni, ma di cuori e valori, di affetti e di doni spirituali) dove vivere il Vangelo e la vocazione all'amore, una casa da cui partire e in cui ritornare, seguendo Gesù e servendo le sue figlie e i suoi figli.
Che questa casa continui ad essere un luogo di pace e fraternità perché la famiglia elisabettina viva la sua missione, unita a madre Elisabetta, per la potenza dello Spirito Santo, per la fedeltà del Signore Gesù e possa essere luogo di serenità e sollievo per molti.

Buona festa, ad ogni sorella elisabettina e a tutti colori che in vari modi abitano le nostre case!

suor barbara
barbara.danesi@elisabettine.it


p.s.
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