venerdì 10 aprile 2020

La Parola in catene e il messaggero in libertà.



Jan Mostaert, Christ Crowned with Thorns

«C’è un dipinto di un autore fiammingo del sec. XVI (J. Mostaert), che mi impressiona sempre tanto, soprattutto perché non fa che riunire i dati dei diversi evangelisti su questo momento della passione, rendendo la scena visibile e osservabile. Gesù ha in capo un fascio di spine appena colte, come mostrano le foglie verdi che ancora penzolano dai rametti. Dal capo scendono gocce di sangue che si mescolano alle lacrime che gli scendono dagli occhi. È un pianto quasi dirotto; ma si capisce immediatamente, guardandolo, che non sta piangendo su di sé, ma su chi lo guarda; piange su di me che non capisco ancora. Lui stesso, del resto, dirà alle donne: «Non piangete su di me» (Lc 23, 28). Ha la bocca semiaperta, come chi fa fatica a respirare ed è in preda a un’angoscia mortale. Sulle spalle è appoggiato un mantello pesante e consunto, che dà più l’idea di metallo che di stoffa. Scendendo ancora con lo sguardo, si incontrano i suoi polsi legati con una rozza fune e a diverse riprese; in una mano gli hanno messo una canna e nell'altra un fascio di verghe, simboli beffardi della sua regalità. Sono soprattutto le mani a far venire i brividi quando si guarda. Gesù non può più muovere neppure un dito; è l’uomo ridotto all'impotenza più totale, come immobilizzato. Quando mi soffermo a contemplare questa immagine, specie se sono in partenza per andare a predicare la parola di Dio, l’anima mi si riempie di rossore, perché misuro tutta la distanza che c’è tra me e lui: io, il servo, libero di andare, fare e disfare; lui, il Signore, avvinto e imprigionato. La Parola in catene e il messaggero in libertà!»

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